venerdì 13 ottobre 2017

Le parole hanno un sesso?

di Se non ora, quando? Lodi • Abbiamo letto questo articolo, interessante ma che ci trova in disaccordo: "la manomissione delle parole manomette l'identità di una donna?"

Non ci trova d'accordo  la contrapposizione fuorviante che suggerisce. Infatti quella per il linguaggio rispettoso del genere è una battaglia che non preclude quella per il rispetto e la dignità della donna 'persona'. Ancora una volta pare si affermi (politicamente corretto??) che noi donne possiamo essere 'digerite' solo nel momento in cui accettiamo i ruoli che la società 'patriarcale' ha cucito con i nostri corpi e le nostre menti. Forse ancora non è chiaro che non si tratta di questioni politicamente e grammaticalmente corrette, ma di potere.
Vogliamo ricordare che il prossimo 25 novembre sarà presentato il 'Manifesto di Venezia' che nasce dalla collaborazione anche di Cpo Usigrai e GiULiA Giornaliste su proposta del Sindacato dei Giornalisti Veneto, aperto alle adesioni di tutte/i i/le giornaliste e giornalisti. Al punto 3 recita: adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale.
Inoltre fa specie quando una giornalista sottovaluta il potere della parola. E non è neppure a conoscenza del fatto che la corretta applicazione dell'uso dei generi previsto dalla lingua italiana (come per operaia e infermiera) è sostenuto tramite i corsi di aggiornamento professionale anche dall'Ordine dei giornalisti (quello della Lombardia ha inviato a tutti gli iscritti anche un piccolo vocabolario): siamo già penalizzate dal neutro inclusivo al maschile, applichiamo almeno la grammatica base!
Secondo la logica dell'articolo dovremmo riprendere a dare del negro ai neri o agli afroamericani perché il politicamente corretto è solo un contentino ma il razzismo esiste ancora, o delle serve alle collaboratrici domestiche non riconoscendo la dignità del loro lavoro.
E’ importante declinare al femminile le professioni più remunerate e gratificate socialmente per orientare le giovani donne a credere di poter essere non solo operaie commesse maestre o contadine, ma anche sindache ministre assessore avvocate, senza dover essere viste come uomini! Le parole hanno un valore fortemente simbolico ed aiutano le nuove generazioni a immaginarsi un mondo in cui ci potranno essere tante primarie di qualche reparto ospedaliero.
Tutto questo era già stato scritto 30 anni fa da Alma Sabatini per il Governo nelle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, rimaste inapplicate perché per i politici, come per alcuni giornalisti/e, il corretto uso del linguaggio e della grammatica è un optional... proprio come il rispetto per le donne. Chissà a che punto saremmo oggi nell'emancipazione femminile e nel contrasto al patriarcato, se fossero state subito applicate. A partire da chi lavora tutti i giorni con le parole.
Seguite, se volete, la discussione su facebook.

giovedì 12 ottobre 2017

Solidarietà ad Asia Argento e un memo ai giudicanti

A tutti quelli che attaccano le donne che denunciano molestie e violenze: è colpa di persone come voi se le donne hanno paura di parlare. Risultato che precisamente si prefiggono i misogini conclamati.
Ma ci chiediamo come venga in mente a persone adulte senza ambizioni machiste, addirittura donne, come una stilista affermata o una che è anche una trans che potremmo definire “di successo”, di puntare l'indice contro altre donne con frasi tipo “se ti vesti in un certo modo forse stai dicendo che è quello che vuoi”, e “avresti dovuto dire no, un semplice no”. Semplice?? 
Really?  
Molti uomini e peggio ancora alcune donne, questi adulti giudicanti puntano il fallico e imperdonabile ditino del patriarcato più tossico contro delle ragazzine. Perché, allora, erano tutte poco più che bambine le attrici che oggi denunciano questa storia, di marce consuetudini (che non ammorbano solo lo star system ma tutti gli ambienti).
A modo suo Asia aveva già denunciato narrando in un film, già 17 anni fa (solo 3 anni dopo il fatto), quello che non aveva saputo e potuto denunciare esplicitamente.


In quella scena c'era un messaggio chiaro non solo al colpevole, che l'ha riconosciuto, ma a un mondo intero, che in genere glissa. Cose che succedono, si sa. D'altronde, se ti vesti in un certo modo... se invece di tirargli uno schiaffone stai lì impalata... la vera colpevole sei tu, no? 



Ora che il segreto di Pulcinella viene a galla, ora che anche Asia, e le altre, sono donne abbastanza forti da non avere paura di parlare, si vergognino quelli che questi messaggi non raccolgono mai, per inciso. Eppure anche dopo tanto tempo, da adulte e ormai affermate, il loro venire allo scoperto richiede ancora coraggio; come dimostrano i violenti attacchi che ora stanno subendo. 
A quelli che oggi dicono “denunciare dopo 20 anni è vigliacco, sei complice” si può rispondere solo: no, i complici siete voi, sempre. Compagni di merende sponsor instancabili della cultura dello stupro; perché le ex-ragazzine che denunciano adesso sono troie-vigliacche. Se avessero denunciato allora sarebbero state troie-in-cerca-di-visibilità, non è vero?
That's it.







venerdì 6 ottobre 2017

Manifesto di Venezia. Per una informazione paritaria

Riportiamo di seguito il testo del Manifesto di Venezia, varato in vista del prossimo 25 Novembre; invitando ad aderire, e dando anche un suggerimento: per una corretta informazione cambiamo [anche] immagini! basta lividi per favore.
nb: l'immagine sopra è uno screenshot (da noi corretto con la frase sulla foto) della notizia sul sito della Federazione Giornalisti; che però (purtroppo) riporta l'ennesima foto di donna terrorizzata (o piena di lividi).

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza. 

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa. La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”. 
Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali. 
La Convenzione di Istanbul, insiste su prevenzione ed educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17). Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo. 

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità. Riteniamo prioritario: 
1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori; 
2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate; 
3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale; 
4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom; 
5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale; 
6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice; 
7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT; 
8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno
9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini commerciali (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne; 
10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio:
a) evitare espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
b) evitare termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) evitare l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio” (e immagini piene di lividi, per favore, ndr);
d) evitare di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
d) evitare di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona. 
Aderite scrivendo a: cpo.fnsi@gmail.com • Prime adesioni da:
Sindacato Giornalisti Veneto, Commissione Pari Opportunità FNSI, Commissione Pari Opportunità Usigrai, GiULiA Giornaliste, Sindacato Unitario Giornalisti della Campania, Associazione Stampa Friuli Venezia Giulia, Associazione Ligure dei Giornalisti, Associazione Stampa Subalpina, Associazione della Stampa di Basilicata, Associazione della Stampa Sarda, Associazione Stampa Toscana, Associazione Stampa Emilia Romagna Giovanna Pastega, Alessandra Addari, Domenico Affinito, Antonella Alba, Michele Albanese, Alida Amico, Raffaella Ammirati, Rosa Amorevole, Monica Andolfatto (segretaria Sindacato giornalisti Veneto), Federica Angeli, Flavio Bacchetta, Giannetto Baldi, Ida Baldi,Alessandra Ballerini, Roberta Balzotti (coordinatrice Cpo Usigrai), Emmanuela Banfo, Antonella Benanzato, Serena Bersani (segretaria Assostampa Emilia Romagna), Laura Berti, Daniela Binello, Marino Bisso, Paolo Borrometi, Sandra Bortolin, Stefano Buda, Paolo Butturini, Laura Calfapietra, Mimma Caligaris, Stefanella Campana, Valerio Cataldi, Roberta Celot, Gegia Celotti, Mara Cinquepalmi, Carmina Conte, Marina Cosi (presidente GiULiA Giornaliste), Iolanda Corradino, Stefano Corradino, Danilo Cretara, Riccardo Cristiano, Beatrice Curci, Emma D’Aquino, Graziella Di Mambro, Vittorio Di Trapani (segretario Usigrai), Lorenzo Dolce, Poljanka Dolhar, Luciana Esposito, Roberta Ferri, Tiziana Ferrario, Annamaria Ferretti, Vittorio Fiorito, Silvia Garambois, Annamaria Ghedina, Piergiorgio Giacovazzo, Benoit Girod (presidente Assostampa valdostana), Giuseppe Giulietti (presidente Fnsi), Desirée Klain, Maria Teresa Laudando, Rosa Leanza, Maria Lepri, Cristina Liguori, Natalia Lombardo, Gianpaolo Longo, Raffaele Lorusso (segretario Fnsi), Ivano Maiorella, Paolo Mainiero, Alessandra Mancuso (presidente Cpo Fnsi), Pina Manente, Maria Teresa Manuelli, Giuseppe Manzo, Marco Marincic, Elisa Marincola (potavoce Art 21), Alessandro Martegani (segretario Assostampa FVG), Giuseppe Martellotta (segretario Assostampa Puglia), Fabiana Martini, Enza Massaro, Marilù Mastrogiovanni, Roberto Mastroianni, Rossella Matarrese, Rita Mattei, Marco Mele, Andrea Melodia, Gioia Meloni, Carla Monaco, Nadia Monetti, Mattia Motta, Carlo Muscatello (presidente Assostampa FVG), Antonella Napoli, Silvia Neonato, Enzo Nucci, Gian Mario Nucci, Fabiola Paterniti, Patrizia Pennella, Giovanna Pezzuoli, Monica Pietrangeli, Salvatore Andrea Porcu, Ivo Prandin, Silvia Resta, Andrea Riscassi, Giovanni Romano, Susi Ronchi, Massimiliano Saggese, Silvia Savi, Anna Scalfati, Barbara Scaramucci (presidente Art 21), Roberto Secci, Roberta Serdoz, Luisella Seveso, Claudio Silvestri (segretario Sindacato giornalisti Campania), Danilo Sinibaldi, Raffaella Soleri, Paola Spadari, Claudia Stamerra, Francesco Strippoli, Loredana Taddei (responsabile politiche di genere Cgil), Michela Trevisan, Carlo Verna, Enrico Veronese, Sara Verta, Laura Viggiano, Francesca Visentin, Arianna Voto, Maria Zagarelli, Luciana Zenobio, Susanna Zirizotti 








mercoledì 27 settembre 2017

28 settembre #nonunadimeno torna in piazza

Le mobilitazioni italiane si connettono a una più ampia mobilitazione internazionale; qui i dettagli.
Il 28 settembre 2017 torniamo in piazza tra donne e con le donne perché:
• rifiutiamo la violenza maschile e la sua strumentalizzazione;
• rifiutiamo di essere considerate inferiori, deboli, subalterne per natura.


Questo vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri.
Questo ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate.
Questo scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle.
Questo fa della famiglia, della coppia e del luogo di lavoro i luoghi più pericolosi per le donne.
Uno stupro è uno stupro e a stuprare sono gli uomini, al di là della loro nazionalità, provenienza o estrazione sociale.
Non accettiamo il ricatto della paura. Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano.


Obiezione Respinta! sui nostri corpi e della nostra vita decidiamo solo noi, donne, trans, queer, migranti e native.
Iniziative in tutta Italia, cercate il più vicino a voi; a questo LINK la mappa con tutti gli appuntamenti

Vi ricordiamo qui in particolare Roma, Milano e Torino:
Roma: 28 settembre - piazza dell' Esquilino dalle ore 18
Milano: corteo dalle 18,30, partenza dal grattacielo Pirelli
Torino: piazza Castello ang. Via Garibaldi - h. 16,30-18 

La guerra contro le donne continua, noi continueremo a rispondere. 

#Velasietecercata
Portate cartelli, parole e musica.

giovedì 10 agosto 2017

Lea Melandri: perché gli uomini uccidono le donne

Scrive Lea Melandri che non dovremmo meravigliarci che gli uomini uccidano le donne, finché queste sono identificate con la sessualità e la maternità quali doti femminili al servizio dell'uomo stesso (o a lui finalizzate). Essenzialmente corpi; a disposizione
Qualcosa che il femminismo ha iniziato a scalfire, ma che ancora lavora profondamente ed è costantemente incoraggiato dalla cultura mediatica. Tanto da far notare a qualcuno che del concetto "io sono mia" nemmeno si sente più l'eco...
Se questa è la percezione che l'uomo ha della donna, è scontato che, nel momento in cui le donne decidono (separandosi) di non essere più quel corpo a disposizione, esploda la possessività. Scrive Melandri: 
E' questa idea della donna, posta a fondamento della nostra, così come di tutte le civiltà finora conosciute, che va scalzata in modo radicale, dalla cultura alta, come dal senso comune, e da quella rappresentazione di sé e del mondo forzatamente fatta propria anche dal sesso femminile. E' sulla normalità, dentro cui la violenza è meno visibile, ma per questo più insidiosa, che va portata l’attenzione. Di che altro parlano i pensatori che ancora fanno testo nelle nostre scuole?
L’educazione delle donne, dice Rousseau nell’Emilio, deve essere in funzione degli uomini:  La prima educazione degli uomini dipende dalle cure che le donne prodigano loro; dalle donne infine dipendono i loro costumi, le loro passioni, i loro gusti, i loro piaceri, la loro stessa felicità. Così tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsi amare e onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce (…) L’uomo deve essere attivo e forte, l’altra passiva e debole. E’ necessario che l’uno voglia e possa, è sufficiente che l’altra opponga poca resistenza. Il più forte è apparentemente il padrone ma di fatto dipende dal più debole.”
Tanto meno le donne possono sentirsi parte della vita sociale, da cui sono state escluse per secoli, essendo stata fin dall’inizio appannaggio esclusivo di una comunità di uomini.
Oggi si parla molto di educazione di genere, ma si potrebbe dire che la scuola ne ha sempre fatta, con la differenza che lo statuto di “genere”, appartenenza a un gruppo pensato come omogeneo, un tutto coeso - è stato a lungo applicato, anche nelle più qualificate dottrine pedagogiche, soltanto al sesso femminile. 
Ne è un esempio l’analisi di Erik H. Erikson, autore di un testo, Infanzia e società (Armando Editore, Roma 1966), rimasto a lungo riferimento importante per chi insegnava. Nonostante gli vada riconosciuto il merito di aver sostenuto la necessità di un’analisi che non separasse dati biologici, storia sociale e sviluppo dell’individuo, quando si tratta di definire ruoli e “competenze” di “genere”, sono di nuovo le diversità anatomiche e fisiologiche ad avere il sopravvento. Gli attributi della “mobilità” e della “staticità”, che differenzierebbero il comportamento maschile da quello femminile, sono presentati come “reminiscenze”, “modi strettamente paralleli alla morfologia degli organi sessuali”. 
Se il “fare sociale”, che è dell’uomo, comporta “l’attacco, il piacere della competizione, l’esigenza della riuscita, la gioia della conquista”, quello della donna appare legato unicamente alla seduzione, al “desiderio di essere bella e di piacere”, ma soprattutto alla “capacità di assecondare il ruolo procreativo del maschio”, capacità che fa della donne una “compagna comprensiva ed una madre sicura di sé”.

Rendersi indispensabili, “far trovare buona la vita all’altro” è stato a lungo il modo alienante con cui le donne hanno cercato di riempire il vuoto apertosi all’origine nell’amore di sé. Nell’illusione di “foggiare se stesse” hanno impegnato tutte le loro energie nello sforzo di aiutare l’altro a divenire se stesso. La dedica che Andrè Gorz scrive nel libro dedicato alla moglie, Lettera a D. Storia di un amore, dice: “A te, Kay che, dandomi te, mi hai dato Io”.  

Per capire quanto sia profonda la convinzione che il dovere della donna è di rendere buona la vita all’uomo, basta leggere i giudizi che due uomini illustri, Benedetto Croce ed Emilio Cecchi, danno dell’Aleramo. “Non faccio il moralista a buon mercato; e intendo e scuso perfino – dice Croce – il fallo commesso nell’impeto della giovinezza sensuale e fantastica, quando avete abbandonato vostro marito e vostro figlio (…) Comunque il fatto era fatto; e voi avevate avuto un’ottima occasione per formarvi una nuova vita; quando stavate col Cena. Ma voi volevate amare il Cena, quando il vostro dovere era invece di aiutarlo e sacrificarvi a lui”. E Cecchi: “Nessuna servitù materna, o dono incondizionato, che la faccia rivivere nell’altro, negandola. Non ha bisogno che di sé”.

Ma quanto è estesa la maternità delle donne se, oltre a bambini, malati, anziani sono chiamate a curare, sostenere psicologicamente e moralmente uomini in perfetta salute? Come si può pensare che questo corpo femminile presente nella vita dell’uomo dalla nascita alla tomba - passando per la scuola, l’assistenza nelle malattie, cioè attraverso i bisogni primari dell’umano - non alimenti, più o meno consapevolmente pulsioni di fuga, aggressività, fantasie omicide, in chi ne teme la stretta quanto l’abbandono? Lea Melandri

sabato 15 luglio 2017

Photo Vogue Festival. Riflessioni e cambiamento?

Bella, questa citazione di Vogue Italia: “It’s snobbish and provincial to dismiss fashion as mere frivolity. It occupies too great a place in the culture. It’s a language, a drama, an arena. Clothes speak. About power, beauty, pleasure, sex, money, class, desire, gender, age —the aspirations and desperations of millions of people.” Judith Thurman


E infatti, quello che distingue Vogue Italia dagli altri magazine (scrive di se stessa Vogue stessa, ndr) è la profonda comprensione della moda come linguaggio: è la nostra interfaccia visuale con il mondo, con cui comunichiamo e costruiamo la nostra identità – e nessun arte (senza accento nell’originale, ndr) l’ha raccontata meglio della fotografia. E, quando entrano in gioco i grandi maestri della fotografia di moda, il risultato è una testimonianza imprescindibile dei cambiamenti socio-culturali che hanno caratterizzato una data epoca.
Così apprendiamo che è per questo che nel 2016 è nato il Photo Vogue Festival, primo festival internazionale interamente dedicato alla fotografia di moda legato a un magazine autorevole… la seconda edizione del Photo Vogue Festival si terrà a Milano il prossimo novembre e coinvolgerà (ci informa Vogue stessa) l’intera città con talk, mostre ed eventi fotografici, anche grazie al contributo delle istituzioni culturali, delle scuole di fotografia e delle gallerie specializzate.  
Il festival prevede quest’anno una monografica del grande maestro della fashion photography Paolo Roversi …realizzata grazie al contributo incondizionato di Mediolanum farmaceutici SpA. Ottimo sponsor, senza malizia; perché oggi la moda è anoressia e l’anoressia è un business; della medicina, oltre che di tanti altri settori.
Vogue scrive ancora: La moda è intrinsecamente politica (vero, ndr). Per sua stessa natura deve confrontarsi costantemente con temi come il genere, il censo, la costruzione dell’identità, e con i desideri, i sogni e le interazioni di generazioni intere (confrontarsi con essi, o indirizzarli? ndr). La sua esistenza e la sua rilevanza dipendono proprio dalla capacità di captare i movimenti della società – anche i più microscopici, o  ancora in fase embrionale – e di portarli allo scoperto. La moda ha da sempre a che fare con queste questioni e, nonostante le controversie che a volte suscita, è per sua stessa essenza chiamata ad affrontarli (vero, ndr). Non esistono insomma argomenti che non possa trattare: esistono modi che funzionano e modi che non funzionano, e lo scarto tra questi due poli è molto sottile e difficile da definire. (…) In questa edizione del Photo Vogue Festival abbiamo deciso di analizzare come la fotografia di moda abbia saputo veicolare contenuti che vanno molto oltre i semplici intenti pubblicitari. Sarà un modo di guardarsi allo specchio e di riflettere su qualcosa che il nostro magazine fa da quando esiste: capire cosa c’è intorno, cosa sta per cambiare, e come abbracciare, accelerare o influenzare questo cambiamento.”
Bene, e allora riflettiamo, cari tipi di Vogue: nel mio piccolo vi invito a farlo ri-scrivendo per voi una lettera che era, in origine, per la “guru della moda” Paola Pollo. Non serve farne una nuova; dovrei dire solo le stesse, identiche cose; tanto vale dunque riciclarla in buona parte, cambiando solo i dettagli essenziali, in relazione al nuovo destinatario.  

Cari signori di Vogue, io non vi conosco, e sul piano personale siete di sicuro brave persone; sul piano professionale, però, voi siete come tutti quelli che, parlando di moda, irresponsabilmente alimentano messaggi che fanno male alle persone. Voi lo sapete, su questo non c'è alcun dubbio; l'informazione che vorrei darvi è che lo sappiamo anche noi. Fatevene una ragione: tutto questo fomentare stilisti (o fotografi) che sparano tendenze delinquenziali come un pazzo spara dalla finestra con un bazooka, non solo è colpevole, ma lo è oramai smaccatamente, sotto gli occhi di tutti. Dopo anni e anni di questo andazzo, che ha contribuito notevolmente a fare dell’anoressia una piaga sociale, tutto quel che sapete fare è infiorare i proiettili con qualche occasionale boutade superficiale e ipocrita, addirittura ammantata di impegno per il cambiamento, senza cambiare mai niente. L’occasione attuale, addirittura, con la prima foto scelta per rappresentare il Festival, pretendeva di “denunciare” la violenza contro le donne in Libia (?) prendendo a vessillo una foto che mostra una donna brutalizzata da autorità maschili, che la immobilizzano a terra schiacciandola sotto ai piedi, con il tacco nel collo. Una foto glamour sulla violenza maschile.


Scusate, ma mi sono arrabbiata; mi sembra che, al contrario di quel che dichiarate, come uno zerbino voi vi sdraiate  nel comodo alveo della cultura dello stupro, da cui siamo (letteralmente) nati, e nella quale la moda si trova  tradizionalmente benissimo. 
E’ un bello schifo, signori di Vogue, il nocciolo è questo. Lo fanno tutti, certo. Ma voi meglio di tutti gli altri. Basti pensare alla “campagna contro l’anoressia” che anni fa vi siete inventati, il cui nobile scopo era criminalizzare i blog  pro-ana (in gran parte creati da indifese ragazzine autolesioniste), quando il maggior blog pro-ana della storia siete sempre sempre stati voi.  Di questa evidenza, c'è  anche qui una carrellata abbastanza eloquente.
Ma insomma, di che mi lagno? Non chiedetemi che c'è di male, a nutrire da decenni la perfetta immagine di quella donna-pegggio-che-oggetto da cui noi donne cerchiamo disperatamente di difenderci da sempre, ma senza successo, grazie anche alle politiche editoriali di “giornali” come il vostro; che è ben più di un giornaletto, è una potenza.
Un vero cambiamento nella moda sarebbe incoraggiare le ragazze ad accettarsi anche se non hanno BMI inferiore a 16, e veder accettare anche modelle che non siano vessilli dell’anoressia, perché sapete: relegare quelle dal BMI da 17 in su nella categoria “curvy” (meglio ancora se intente a sdraiarsi su un piatto di pasta) è un messaggio ancor peggiore che ignorarle. 

Ma la recente esperienza francese insegna che, perfino di fronte alle migliori intenzioni di un governo di far passare una legge, ci pensano i “colossi della moda” (di cui non si può negare Vogue faccia parte) a impedirne l’efficacia. 
Una testata conscia del potere che ormai avete, invece, e intenzionata a usarlo bene, inizierebbe a sottolineare che questa ossessione ha francamente stufato: hanno stufato le sue conseguenze che si pagano in termini di perdita di dignità delle donne, ma anche di dolore: di malattie e lacrime. 
E invece a cosa assistiamo? All’ennesima incoronazione dei soliti stereotipi, mentre contro la vera violenza non si fa nulla, e tantomeno contro quella sua terribile espressione che è l’anoressia; alla faccia nostra, e delle centinaia di migliaia di famiglie che continuano ad esserne devastate nell’indifferenza generale. 





Ma se poi aggiungiamo presunti “messaggi contro la violenza”, che sono esattamente il contrario, non pretendiamo che la cosa passi anche inosservata.
Tutto questo è colpevole, signori di Vogue, e lo è alla luce del sole. 

E questo è tutto. Cordiali saluti. Mari, e le altre

PS - seguono esempi di donne bollate come "curvy"; che per tutte le ragazzine in cerca di modelli da imitare sta per "ciccione": e non ditemi che il messaggio non è chiaro. A quanto pare, nella visione promossa Vogue, questa categoria-ghetto include anche tutte le donne semplicemente non gravemente sottopeso.




mercoledì 12 luglio 2017

Stalking e riforma del diritto penale, il parere di D.i.Re Donne in rete

Una decina di giorni fa, il Governo Gentiloni ha incassato una dura contestazione da parte del movimento delle donne sulla riforma del diritto penale che riguarda anche il reato di stalking. 

A dare fuoco alle polveri sono state  Loredana Taddei, responsabile nazionale delle Politiche di Genere della Cgil, Liliana Ocmin, responsabile del Coordinamento nazionale donne della Cisl e Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei Centri ascolto della Uil che hanno  firmato un comunicato stampa congiunto di denuncia della  pericolosa sottovalutazione del reato di stalking perchè nella riforma del diritto penale è stato inserito l’articolo 162 ter che prevede la possibilità di estinguere i reati procedibili a querela di parte (e per i quali si può rimettere la querela) con l’offerta  un risarcimento alla vittima. La somma pattuita potrà essere pagata anche a  rate e sarà  il giudice a decidere se il risarcimento sarà congruo perché la vittima non avrà diritto di parola e non potrà scegliere se accettare o rifiutare “la riparazione”.  Il problema è che nel 162 ter potranno rientrare anche le denunce per stalking a querela di parte che il legislatore reputa “lievi“. 

Dopo le proteste, Andrea Orlando, il ministro alla Giustizia, è intervenuto per dire che si sarebbe posto rimedio rendendo il reato di stalking, procedibile d'ufficio. e questo ha suscitato le preoccupazioni dell'associazione nazionale D.i.Re che è intervenuta mettendo a fuoco qual'è in sostanza il nodo del problema: "La  cosiddetta Riforma Orlando. ha introdotto nel nostro ordinamento uno strumento di giustizia riparativa. Per alcuni reati sarà possibile che l’indagato risarcisca o ripari il danno cagionato, con conseguente estinzione del reato. Questo meccanismo risulterebbe applicabile anche ai casi di stalking apparentemente meno gravi (procedibili a querela, gli stessi per cui si può richiedere l’ammonimento da parte del Questore). L’ipotesi ventilata di estendere la procedibilità per questi reati (nel caso dello stalking è graduata, dalla procedibilità a querela a quella d’ufficio, in base alla gravità delle condotte) a nostro parere non coglie il vero nodo del problema. Il nodo  non è la procedibilità del reato di stalking, quanto l’assenza nel nostro ordinamento di una norma che – in ossequio al disposto dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul – vieti il ricorso a metodi alternativi di risoluzione dei conflitti tra cui la mediazione e la conciliazione nei casi di violenza di genere. Una semplice clausola di esclusione risolverebbe alla radice il problema".

La  Convenzione di Istanbul, infatti, prevede all’art. 45 che “i reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione siano puniti con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive” mentre la direttiva vittime, la  2012/29/EU,   impone ( articoli 12 e 22) una  particolare cautela nei casi di giustizia riparativa nelle  ipotesi di violenza di genere. Quando esiste un alto rischio di vittimizzazione secondaria come le intimidazioni e le ritorsioni si deve proteggere adeguatamente la vittima rispettandone la volontà.

 D.i.Re ha espresso anche preoccupazione per la proposta del ministro della Giustizia, Andrea  Orlando,  di rendere il reato di stalking procedibile d'ufficio ricordando che:" Il dibattito che ha preceduto e seguito la previsione normativa dello stalking si è concentrato sulla scelta di ritenerlo procedibile a querela della persona offesa e sulla possibilità di rimessione della stessa. Questo derivava dall’esigenza che è sempre  al primo posto nei Centri antiviolenza di  lasciare libere le donne di valutare se denunciare o no senza  considerare lo stalking un reato che coinvolge interessi strettamente individuali, né sottovalutare il pubblico interesse a reprimere condotte tanto lesive di beni e valori fondamentali valorizzando al massimo la libertà delle donne".  Insomma la toppa potrebbe essere peggio del buco.

L'auspicio è che si esca dal problema mantenendo coerenza tra le leggi italiane, la Convenzione di Istanbul e le normative europee in materia di violenza contro le donne e che  lo Stato non modifichi la riforma per rendere procedibile d’ufficio il reato di atti persecutori ma  escluda dalla applicabilità dell’art.162 ter c.p. il reato di atti persecutori e in ogni caso escluda ogni forma alternativa o riparativa nei processi che vedono le donne vittime della violenza da parte degli uomini, come sancito dalla Convenzione di Istanbul.

@nadiesdaa

giovedì 6 luglio 2017

Lo stupro non è una bambinata


"Come lo vogliamo chiamare, definire? Bambinata". Michele Palummo, il sindaco di Pimonte  ha commentato con queste parole lo stupro avvenuto nel 2016 nella sua città. Lo ha fatto rilasciando balbettanti dichiarazioni al microfono di un basito Roberto D'Antonio, giornalista del programma L'Aria che Tira (La 7), che lo ha incalzato domandandogli "Bambinata uno stupro di gruppo"?
Il commento del primo cittadino della piccola comunità di seimila abitanti, in provincia di Napoli,  ha suscitato la rabbia e l'indignazione di molte donne e attiviste femministe. Grazie ai social sono partite diverse iniziative per protestare contro affermazioni gravi che banalizzano una violenza gravissima in modo intollerabile e che offendono la giovanissima vittima di uno stupro di gruppo, i suoi familiari e anche  tutte le donne vittime di violenza. Alla email del sindaco di Pimonte sono arrivate numerosissime proteste con la richiesta di chiedere scusa e di dimettersi, Nel pomeriggio Palummo ha corretto il tiro: "Intendo prima di ogni altra cosa porgere le mie più sentite scuse alla nostra giovane concittadina, alla sua famiglia e all’intera cittadinanza per aver utilizzato, durante l’intervista a La 7, un’espressione infelice, assolutamente impropria e che non era affatto riferita a quanto le è purtroppo capitato".
I fatti risalgono ad un anno fa, quando una ragazza di 15 anni subì violenza di gruppo da parte di undici ragazzi, tutti, all'epoca dei fatti, minorenni. Dopo qualche mese, gli stupratori sono tornati in libertà e la ragazza e i suoi familiari hanno deciso di lasciare Pimonte e si sono trasferiti in Germania per cercare di ritrovare serenità. Una storia purtroppo già vista. Non è raro che le donne vittime di stupro lascino la città dove vivono e lavorano a causa di uno stupro. Lo fanno per evitare di incontrare i loro stupratori una volta usciti di prigione oppure per proteggersi dall'ostilità della comunità che solidarizza con gli stupratori perché   "lei ha rovinato dei bravi ragazzi", "perché lei ci stava"o "se l'è cercata". 
Così dopo la la violenza le donne devono fronteggiare talvolta l'ostracismo della gente come  fossero colpevoli e a violenza si aggiunge violenza. E' la cultura dello stupro che ri-vittimizza le donne, che le colpevolizza per aver parlato e denunciato invece di tacere. Gli abitanti di Pimonte omertosi e insofferenti per le domande del giornalista de La 7, ci hanno fatto capire dalla parte di chi stavano, ovvero dalla parte del branco.
Il garante per l’Infanzia della Campania, Cesare Romano ha detto che  a Pimonte “non si è fatto abbastanza per assicurare protezione alla giovane: i continui schemi e l’esclusione sociale che la ragazza ha dovuto subire hanno aggravato il suo disagio psicologico al punto che la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte e trasferirsi nuovamente in Germania dove, forse, la minore e la sua famiglia potranno riacquistare la tranquillità di cui ha bisogno”. 
No, lo stupro non è una bambinata nemmeno quando è commesso da minorenni e quando accade che gli stupratori abbiano meno di 18 anni,  il mondo degli adulti dovrebbe interrogarsi e capire dove sono le responsabilità della comunità, della società e della famiglia dove piccoli stupratori crescono.


Bambinata stupro

@nadiesdaa

sabato 17 giugno 2017

Violenza contro le donne: D.i.Re mette a disposizione delle donne una nuova APP



Una App completamente gratuita per fornire informazioni e indicazioni immediate alle donne che vogliano contattare il  Centro antiviolenza più vicino scaricabile per Android (clicca qui)  e per Apple (clicca qui). Il progetto è stato realizzato dall'associazione nazionale D.i.Re Donne in Rete contro la violenza grazie alla  collaborazione con  Eau Thermale Avène che due anni fa ha lanciato la campagna La bellezza di essere sensibili #ConLeDonneXLeDonne per sensibilizzare sul problema della violenza maschile contro le donne.

Titti Carrano - presidente D.i.Re Donne in Rete contro la violenza

 La nuova App. D.i.Re è completamente gratuita e facilmente scaricabile sugli smartphone: è stata pensata per cercare e trovare con pochi clic il Centro Antiviolenza più vicino. In Italia sono  80 le associazioni della rete D.i.Re distribuite su tutto il territorio nazionale che gestiscono centri antiviolenza e molte di queste anche case rifugio dove accolgono donne con o senza figli che subiscono violenza.   “Due anni fa abbiamo iniziato insieme a D.i.Re un percorso di sensibilizzazione #ConLeDonneXLeDonne con l’obiettivo di creare una maggiore consapevolezza sulla violenza maschile, che assume ogni giorno di più una connotazione drammatica. Abbiamo ottenuto un notevole consenso e abbiamo compreso che ancora molto si può e si deve fare. Ecco perché abbiamo ritenuto opportuno rinnovare il nostro impegno sostenendo D.i.Re nella realizzazione di questa APP: uno strumento semplice da utilizzare ed estremamente efficace, che dia un aiuto rapido a chi finalmente trova il coraggio di porre fine a una situazione spesso insostenibile” commenta Maria Tilde Reposi, Direttore Generale di Pierre Fabre Italia. Titti Carrano, Presidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza ha spiegato che la collaborazione con Eau Thermale Avène: " per noi è davvero preziosa: abbiamo realizzato una App per smartphone, perché vogliamo dare a tutte le donne che subiscono violenza la possibilità di trovare il Centro Antiviolenza più vicino con un semplice click, attraverso un sistema di geolocalizzazione e con una mappa interattiva. Il nostro obiettivo è presentare uno strumento davvero prezioso per le donne che vivono situazioni di violenza e spesso non sanno a chi rivolgersi e come agire. Tutte le donne potranno registrarsi in maniera sicura e accedere all'area riservata dove sarà possibile salvare il Centro Antiviolenza più vicino e annotare in un'agenda tutti gli episodi di violenza subiti così da rendere più semplice l'eventuale ricostruzione degli eventi nel caso la donna scelga liberamente di denunciare. Inoltre sarà disponibile per tutte le donne un questionario e test di conoscenza tematica con navigazione dinamica che permetta di riconoscere la violenza, le situazioni di rischio e quindi la necessità di rivolgersi ad un Centro Antiviolenza. Grazie alla donazione ricevuta da Eau Thermale Avène la visibilità della nostra Associazione si è molto rafforzata sia per quanto riguarda i social network che il sito web  (il sito web www.direcontrolaviolenza.it ha avuto nel 2016 un incremento di visualizzazioni del 95,6%, offrendo a tutte le donne informazioni utili e supporto)  anche per questo motivo è ancor più importante il sostegno concreto di un’azienda come Pierre Fabre Italia con il marchio Eau Thermale Avène”.   

domenica 21 maggio 2017

Femminicidio e stalking: la concezione dell'amore secondo il Mattino di Padova


Un'altra donna uccisa da un uomo, un'altra narrazione tossica che normalizza la  violenza contro le donne  e la racconta come conseguenza dell'innamoramento, dell'amore, del raptus, della passione.
Questa volta il pessimo esempio di giornalismo ci viene offerto sul web, da il Mattino di Padova online, diretto da Paolo Possamai che ha pubblicato l'articolo Natasha,  lotta disperata contro il suo molestatore, firmato da  Carlo Bellotto (con la collaborazione di Giusy Andreoli). Siamo davanti all'ennesima  operazione di normalizzazione ed estetizzazione della violenza  maschile contro le donne,  molto efficace nel nascondere  ciò che alimenta il femminicidio: il bisogno di potere e di controllo sulle donne, i loro corpi e la loro sessualità. La donna assassinata, si chiamava Natasha Bettiolo, aveva 46 anni, era madre di due figli avuti in giovanissima età e  lavorava come cuoca alle mensa di una scuola elementare. L'assassino Luigi Sibilio, è ricoverato al policlinico di Padova,  dopo aver assassinato Natasha appena uscita dal lavoro, ha tentato il suicidio. Nonostante da anni si parli di femminicidio e ci siano analisi approfondite del fenomeno, il Mattino di Padova narra i fatti con disarmante superficialità anche se è in buona compagnia: altri quotidiani di Padova sciorinano le parole raptus, delitto passionale e titolano che l'assassino aveva "perso la testa".
Carlo Bellotto su il Mattino di Padova infila però una perla dietro l'altra: ha la squisita sensibilità di definire la vittima, "la bella cuoca", riferisce che gli inquirenti stanno indagando se Natasha Bettiolo avesse ricevuto telefonate e messaggi, allude nel titolo a molestie e pressioni che la donna potrebbe aver subito prima di essere uccisa, eppure non fa alcun riferimento allo stalking.
E ancora descrive l'aggressione come una  "sorpresa", spiega che l'origine della violenza sia stata "una sbandata"  e  conclude che l'assassino "si era invaghito  talmente di quella donna tanto da ammazzarla per un suo rifiuto ad una relazione". Ecco la concezione dell'amore secondo il Mattino di Padova e Carlo Bellotto: se ami molto, ammazzi.
Naturalmente non poteva mancare la patologia diagnosticata solamente dagli iscritti all'ordine dei giornalisti , "il raptus" anche se nello stesso identico articolo, il giornalista a cui difetta la logica, spiega che gli inquirenti stanno valutando l'ipotesi di  premeditazione del delitto.
L'articolo 17 della Convenzione di Istabul responsabilizza  (ancora inutilmente pare) i Mass Media e attribuisce loro un ruolo per attuare un  cambiamento culturale anche adottando linee guida ed è anche per questo che l'ordine dei giornalisti il 30  dicembre scorso ha fatto proprie, finalmente dopo 5 lunghi anni,  le Linee Guida della Federazione Internazionale dei Giornalisti che richiama i giornalisti all'uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e utile alla comprensione delle vicende e della loro dimensione sociale: adottando nei casi di femminicidio anche il punto di vista delle vittime (anziché centrarlo sulla personalità dell'omicida) e salvaguardando la loro privacy; fornendo dati e pareri di esperti utili a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, contro la convinzione che "la violenza sulle donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile"
Che altro dire?
@nadiesdaa

martedì 16 maggio 2017

Posto occupato: in ricordo di Laura e Letizia, uccise insieme il 13 aprile scorso

E' trascorso poco più di un mese dal duplice  femminicidio di Laura Pezzella e Letizia Primiterra avvenuto il 13 aprile scorso ad Ortona. Sono state uccise da Francesco Marfisi che non accettava la separazione dalla moglie Letizia e che ha voluto accanirsi anche contro Laura, la migliore amica della moglie. Nella mente misogina e maschilista di quest'uomo violento, c'era una lista di donne da uccidere, responsabili di essersi messe contro di lui. Prima di essere fermato e arrestato dai carabinieri, ha ucciso la moglie Letizia che aveva osato separarsi eppoi Laura. 
Ora i genitori di Laura devono affrontare  il dolore per la perdita della figlia e anche prendersi cura dei nipoti, due bambini di 5 e 7 anni che hanno assistito all'uccisione della madre. Colpiti duramente e in tenera età,  da un trauma profondo che dovrà essere elaborato per anni. Laura ha pagato con la vita la sua amicizia con Letizia, il senso civico, il senso di responsabilità di chi non vuole girarsi dall'altra parte e restare in disparte o indifferente. Il 14 maggio avrebbe compiuto 33 anni.  I genitori  hanno voluto ricordarla e anche ricordare il suo esempio e  il suo coraggio, organizzando insieme al Centro antiviolenza di Ortona, Donn-é  l'iniziativa "Per non dimenticare. Posto Occupato, allestendo con manifesti le vetrine del Corso  rivolgendo  un messaggio  alla città e a tutte le donne:  "Un posto occupato in ricordo di Laura che oggi avrebbe compiuto 33 anni, e di tutte le donne vittime di violenza che devono avere giustizia e verità. Non si chiama raptus, non è conflitto, non esiste la provocazione. Si chiama Femminicidio e a ciò non può esserci alcuna giustificazione".  
In attesa del processo, che dovrà chiarire  perché Francesco Marfisi non è stato fermato dopo la denuncia che Letizia aveva fatto ai carabinieri e il coinvolgimento di un servizio territoriale  per donne vittime di violenza, resta il dolore da elaborare per l'ennesima cronaca di una morte annunciata sulla quale è doveroso non far calare il silenzio e non lasciare i familiari di Letizia e di Laura da soli.





mercoledì 10 maggio 2017

L'Huffington post, l'infanticidio, la blogger e l'importanza delle parole

Il 7 maggio nel cortile condominiale di una palazzina di Trieste è stata trovata, adagiata su un cumulo di macerie, una neonata avvolta in un sacchetto di plastica. La bambina è stata soccorsa da alcune donne delle pulizie che passavano per caso sul vialetto ma purtroppo è morta all'ospedale pediatrico Burlo Garofalo. Si è scoperto in pochissimo tempo che la donna che l'ha partorita è una ragazza di 16 anni. Dopo il parto, ha messo la neonata nel sacchetto e l'ha calata con una corda dalla finestra, giù, fino al cortile. Non sappiamo se, mossa dall'oscurità dell'inconscio, questa giovanissima donna volesse sbarazzarsi della figlia come fosse uno scarto,  oppure volesse affidare la bambina ad una sorta di sacchetto-placenta  legata ad una corda-ombelicale per  lasciarla alla sorte. Ora sulle responsabilità penali indagherà la Procura di Trieste ma la notizia è deflagrata in cronaca perché l'uccisione di un neonato o di una neonata da parte della madre, è un evento che turba e ferisce l'opinione pubblica mettendo in discussione il principio che nessuno come una madre, ama e protegge  il proprio figlio. Non è un principio sempre valido. Non è sempre così, nemmeno per le madri che curano e proteggono i loro figli dopo averli partoriti.   Di questa tragica  vicenda che porta a galla questioni complesse e delicate, ha scritto senza garbo, malamente, visceralmente Deborah Dirani sull'Huffington Post con un titolo  La Festa della mamma di un'assassina suscitando per i contenuti, molte proteste e attacchi sul web. La blogger  ha gettato benzina sul fuoco ed ha  malamente difeso le sue tesi con una foto imbarazzante ed un commento aggressivo e ingiurioso nei confronti di chi la contestava, definendo i commenti critici al pari di ragadi anali delle quali non si sarebbe curata (per poi fare qualche modifica al post).


La psicoterapeuta Costanza Jesurum,  con la delicatezza che la contraddistingue, ha lasciato sulla sua bacheca Fb un breve commento, una piccola bussola per orientarsi in quel mare magnum sempre in perenne agitazione che è il web. Scrivendo dell'indicibile ombra del materno, ha commentato: "La donna, che uccide il suo bambino nato, compie un suicidio per interposto corpo. L'infanticidio è un nodo che deve essere parlato, toccato, raccontato sui giornali, soltanto da chi può, da chi non si brucia e non brucia. Ed io vedo che ancora molte persone non pronte, giornalisti, si assumono un onere divulgativo che non possono sostenere. Non hanno la maturità esistenziale, nè quella professionale per assolvere il compito. Certa scrittura, certi temi non sono per tutti". Eppoi ha scritto Riflessioni intorno all'infanticidio, che vi invito a leggere


Anche  la Rete Non Una di Meno si è mobilitata contro quello che la blogger Lola, sul suo post Giudice, Giuria e boia, ha definito un concentrato di "cattiveria puro, come raramente si è visto" e che è di fatto lo sfogo rancoroso, un'invettiva dai toni forcaioli. In una lettera pubblicata sul suo sito, NUDM chiede alla direttora dell'Huffington Post, Lucia Annunziata, di prendere le distanze dal post di Dirani.
Se è lecito esprimere dolore  e anche indignazione davanti alla distruttività e alla inaspettata irruzione dell'obnubilamento della ragione, non è lecito o degno di una testata nazionale pubblicare uno sfogo furioso, augurare alla ragazza di essere perseguitata a vita dalla Festa della mamma (dettaglio poi tolto) e far intendere che nemmeno le bestie si comportano così. Tantomeno è lecito cucire una  lettera scarlatta addosso alla madre di questa sedicenne ("la Festa della madre di una assassina") facendo dell'orrendo titolo il degno coronamento di un pessimo esempio di giornalismo. Un professionista, ma anche chi cura dei blog, è tenuto a fare una corretta informazione e deve  raccontare i fatti con una narrazione libera da qualunque stereotipo o pregiudizio; se ha competenze dovrebbe dare una chiave di lettura ,perché i fatti che turbano la collettività hanno bisogno di essere elaborati. Se non ha competenze è meglio che taccia o tenga ferme le dita perché di sfogatoi e linciaggi sul web ne abbiamo già abbastanza. E ancora,  chi scrive non dovrebbe dimenticare mai che è di persone in carne ed ossa che si sta occupando, non delle proprie paure e dei propri fantasmi che, se inseguiti sull'onda della propria visceralità, conducono lontano da quell'esercizio di coscienza che dovrebbe guidare chi si mette in gioco per fare informazione. Deborah Dirani scrive, nella presentazione del suo blog "Donna prima, giornalista poi": a volte sarebbe meglio essere innanzitutto un o una  brava professionista che non dimentica l'etica e scrive con competenza.
A volte, cara Deborah, è  meglio essere prima una  giornalista e poi tutto il resto.
Nadia Somma (twitter @nadiesdaa)