domenica 30 agosto 2015

Sul settembre caldo delle riforme: i lavori in Senato

di Aspettare Stanca • Stanno per riprendere i lavori parlamentari. Le Commissioni torneranno a riunirsi a partire da martedì 1 settembre. Il disegno di legge 1429-B (revisione della Parte II della Costituzione, al quale sono stati presentati 513.450 emendamenti!) è all’esame della Commissione Affari CostituzionaliIl disegno di legge 14 e connessi (Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili, relatrice Cirinnà) è all’esame della Commissione Giustizia, convocata per il 2 settembre.

L’Assemblea di Palazzo Madama torna a riunirsi martedì 8 settembre, alle 17. All’ordine del giorno la discussione del ddl n. 1556, recante disposizioni volte a garantire la parità della rappresentanza di genere nei consigli regionali.

• Riforma costituzionale in terza lettura al Senato
Aspettando l’8 settembre (data d’inizio dei lavori in Aula al Senato), in questi giorni la riforma costituzionale è agli onori della cronaca, con conseguente massicia presenza in TV di premier, ministra per le riforme, ecc.
Grande incertezza sulle strategie del Governo per evitare un flop e raccogliere i necessari voti favorevoli dopo aver superato la valanga di emendamenti presentati in Prima Commissione. L’alternativa all’ipotesi di portare il DDL costituzionale direttamente in Aula, per avvalersi del cosiddetto “Canguro” in modo da neutralizzare l’ostruzionismo, è stata avanzata dal presidente del Senato alla Festa dell’Unità di Milano: necessaria, a suo parere, una soluzione politica, in particolare sulla formulazione dell’articolo 2 delle riforma, riguardante la non eleggibilità del nuovo organismo. Pietro Grasso, a proposito dei contenuti tecnici delle modifiche ha sottolineato che «non sarà più il Presidente del Senato a fare le veci del Capo dello Stato, ma quello della Camera»Per ulteriori approfondimenti rimandiamo al resoconto dell’ultima seduta in Prima Commissione, del 5 agosto, e a Norme di garanzia di genere nelle leggi regionali elettorali.

• Democrazia paritaria
A conferma del costante oscuramento che caratterizza le questioni della parità donna/uomo, arriva in sordina la discussione del Disegno di legge di Pina Maturani (PD), Ddl n. 1556Equilibrio nella rappresentanza nei Consigli regionali, che sarà in Aula al Senato al primo giorno dei lavori (la presentazione degli emendamenti è possibile fino alle h. 13 del 7 settembre; voto finale con la presenza del numero legale. Vedi anche: Nota breve del Servizio Studi “Consigli regionali: equilibrio della rappresentanza maschile e femminile). Un provvedimento che finalmente dovrebbe porre fine a comportamenti incostituzionali di buona parte dei Consigli regionali, probabilmente sdoganato proprio perché, in vista della probabile composizione del nuovo Senato, non era più possibile ignorare quanto la mancanza di democrazia paritaria nelle regioni si sarebbe ripercossa sull’assemblea nazionale. 
Situazione, questa, più volte denunciata dalle donne, che già durante l’iter della Legge 215 del 2012 avevano individuato come soluzione ottimale una legge nazionale, per rafforzare le iniziative delle donne parlamentari e per modificare almeno alcuni dei meccanismi che causano la scarsa presenza femminile nelle assemblee elettive. A questo proposito riportiamo anche il resoconto dell’incontro con la ministra Boschi, del 25 luglio 2015, con l’Accordo di Azione comune per la Democrazia Paritaria.

• Unioni civili
E' invece all’attenzione mediatica, grazie anche agli interventi a gamba tesa della Conferenza Episcopale Italiana, il testo unificato Cirinnà, che dovrebbe introdurre in Italia le Unioni civili, che sarà all’esame della Commissione Giustizia convocata per mercoledì 2 settembre. 
Le ultime novità in un pezzo su Huffington Post il cui titolo, come spesso avviene sulla stampa, non rispecchia i contenuti.

sabato 29 agosto 2015

A 10 anni dall'uragano Katrina: o cambiamo tutto o avremo un Katrina planetario

In questi giorni, mentre si celebra il decimo anniversario di una delle catastrofi climatiche più gravi della storia
… giova ricordarlo (per l'ennesima volta): o cambiamo tutto, e in fretta, o arriverà un Katrina al cubo, che ci spazzerà via tutti. 
Non possiamo smettere di chiederci: ma perché questa umanità pensa solo ad ammazzarsi a vicenda, anziché mettere in salvo sé stessa e il Pianeta? Da quando Katrina quasi spazzò via New Orleans, nel 2005, quel tipo di eventi (seppur non scenograficamente come in quel caso, in cui fu colpita una popolosa città americana), si è tragicamente moltiplicato. 
Eppure, a parte l'attuale Papa e ultimamente Obama (che, seppur tardivamente, si stanno muovendo), i leader mondiali - e non parliamo dei nostrani! continuano a fare tranquillamente finta di niente; ma in realtà ci vedono benissimo, e stanno facendo molto: nella direzione sbagliata. Perciò noi continueremo a gridare verso di loro, insieme a quelli che non sono ciechi - tenendo ben presente che chi finge di esserlo è in realtà molto peggio. Serve gridare insieme a quelli come Naomi Klein, che scrive in questi giorni: "Per me, la strada verso This changes everything: capitalismo vs climate ha avuto inizio in un luogo e un tempo molto preciso. Il momento fu esattamente dieci anni fa. Il luogo era New Orleans, all'indomani dell'uragano Katrina. La strada in questione era allagata e disseminata di corpi. Oggi sto postando, per la prima volta, l'intera parte che nel mio ultimo libro, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism [uscito nel 2008, ndr], era dedicata all'uragano Katrina. Rileggendo il capitolo 10 anni dopo quegli eventi, mi colpisce soprattutto una cosa: le stesse attrezzature militari e gli stessi appaltatori utilizzati contro i residenti neri di New Orleans, sono da allora stati utilizzati per militarizzare la polizia attraverso tutti gli Stati Uniti, contribuendo all'epidemia di omicidi di inermi donne e uomini neri. È uno dei modi con cui il disaster capitalism complex si perpetua e preserva il proprio lucroso mercato".

From the Introduction: I met Jamar Perry in September 2005, at the big Red Cross shelter in Baton Rouge, Louisiana.

venerdì 28 agosto 2015

La giustizia dello stupro. Narendra Modì, dove sei?

Ma complimenti, mondo evoluto e paritario. Dopo la teologia dello stupro, scopriamo la giustizia dello stupro; e questa volta siamo in India
La storia è semplice, straziante e raccapricciante: un ragazzo e una ragazza si amano da anni, ma la ragazza viene forzata a sposare un uomo appartenente alla comunità di Jat. Dopo 1 mese i due fuggono; per rappresaglia le 2 sorelle del ragazzo, di 23 e 15 anni, vengono condannate a essere stuprate; e poi esposte nude al pubblico, con il volto annerito. La condanna si deve a un tribunale tribale, al 100% maschile,
Narendra Modì, dove sei? Tu, che hai detto queste parole: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie - come puoi consentire un simile abominio? Di certo al Primo Ministro indiano non arriverà la flebile voce di questo blog; ci auguriamo gli arrivi almeno quella di questa petizione (a cui rimandiamo tutte e tutti).

La "sentenza" (perché, si, di una vera sentenza si tratta!) è stata emessa da un Khap Panchayat. Ma cos'è un Khap Panchyat? Il Khap è un gruppo di villaggi uniti per casta e per zona geografica, e il Panchayat è la sua assemblea. Un consesso tutto al maschile, interamente deputato a controllare la vita dei giovani, e soprattutto delle donne, e a perseguire ogni relazione d'amore.

E che dà regole, ovviamente; volete conoscerne una contro lo stupro? non mangiare un certo piatto, ad esempio (in questo caso di spaghetti locali), perché lo stupro non si deve certo alla mentalità patriarcale di possesso delle donne, ma a certi cibi che danno propensione a stuprare. Oppure al fatto che le ragazze possano usare jeans e telefoni; proibiti anche quelli. In altre parole sono istituzioni che regolano e promuovono il femminicidio [secondo una consolidata tradizione che ha molte forme]. Sono tribunali totalmente fuori dalle vere istituzioni, ma i governi non hanno mai fatto nulla per controllarli; e lo strapotere di questi consessi criminali si deve proprio alla debolezza intrinseca delle istituzioni democratiche in queste zone. In nome della fratellanza e dell'onore i Panchayat impongono i loro diktat attraverso multe, boicottaggi sociali e persecuzioni tali che nella maggior parte dei casi le vittime finiscono per essere uccise o costrette al suicidio; il tutto con la complicità della polizia.
I Khap Panchayats (che risalgono al XIV° secolo) sono ancora presenti soprattutto in Haryana, Uttar Pradesh e in parte del Rajasthan. In alcuni villaggi di Haryana le ragazze giovani sono regolarmente minacciate, abusate e uccise a causa dei loro verdetti. È diffusa l'usanza di avvelenare le adolescenti con antiparassitari e poi gettarne i corpi nel fuoco senza dover nemmeno procedere a un rapporto di polizia.
Su ogni ragazza pesa l'obbligo di essere custode dell'onore del villaggio: è così che su di lei pesa anche l'intero onere della siblinghood, cioè della responsabilità delle azioni anche dei fratelli maschi. Questo spiega quanto dice l'avvocato delle 2 sorelle, Vivek Singh: "il 30 luglio, la comunità di Jat ha tenuto un Khap Panchayat per vendicare il disonore. Le sorelle sono state condannato a essere violentate e a sfilare nude, dopo l'annerimento dei loro volti, perché il fratello era fuggito con la ragazza che amava".
Ecco. A un passo da casa non c'è solo l'Isis; c'è la barbarie patriarcale che impera. E questo è il nostro mondo di oggi.
E chiedeteci ancora perché abbiamo bisogno di femminismo.

giovedì 27 agosto 2015

Kobane: appello per corridoio umanitario / open up a corridor between Kobane and Turkey

Kobane è allo stremo; oramai da molti mesi; li si gioca una battaglia che difende anche tutti noi, eppure in suo sostegno non si fa abbastanza. Come mai? Dal Kobane Reconstruction Board rilanciamo un disperato appello perché venga creato un corridoio umanitario fra la città e la confinante Turchia [dal cui governo, invece, vengono solo nuovi pericoli]. 
Per aderire all'appello scrivete a reconstructkobane@gmail.com [di seguito il testo completo]. Nel frattempo la rete che sostiene la resistenza contro l'Isis sta organizzando, per il 15 settembre (anniversario del primo attacco di Isis al cantone di Kobanê), una manifestazione a Suruç, città gemella di Kobanê, a pochi chilometri dal confine siriano (colpita dal gravissimo attentato di luglio), con l'obiettivo, per le prossime settimane, di un convoglio umanitario come atto concreto della solidarietà internazionale: l'invito (a singoli attivisti, istituzioni, sindacati, partiti politici, ONG, autorità locali e internazionali) è di aiutare a creare una grande carovana internazionale per promuovere la pace e sostenere la stabilità in Siria e nelle regioni liberate dal terrorismo. La prima urgenza è appunto l’apertura del corridoio umanitario, sollecitando l’ONU che, implementando la Risoluzione 2165 del 14 Luglio 2014, art. 2, potrebbe essere in grado di garantire l’apertura di un ulteriore valico di confine (vedi anche il testo sotto all'appello in inglese).

Appeal for a “Humanitarian Corridor” / open up a corridor to Kobane
Kobane desperately needs our help to rebuild itself and for this to take place, the establishment of a humanitarian corridor between Kobane and Turkey is an urgent requirement.
As of today, July 2015, the city of Kobane, located on the Syrian-Turkish border, remains subject to the merciless attacks of ISIS. Equipped with far less sophisticated weapons and with limited resources, the people of Kobane’s unflinching determination to survive is their only real means of opposing ISIS, to hold on to their independence and to be free from this brutal violence. And this is what they have undertaken, at times supported by the US air force as part of the international coalition to resist the advance of ISIS. The price of Kobane’s resistance has been high: countless dead and injured, and an almost completely destroyed city infrastructure, which has left essential supplies of water, electricity, food and medicine in a state of collapse. And the threat from ISIS has still not been eliminated. 
During the fight for Kobane, ISIS laid millions of mines to obstruct the population from returning home and to make the cultivation of agriculture on which they depend for their livelihoods impossible. Kobane is almost completely closed off from the outside world and every day it has to deal with new attacks. The only way that people can obtain essential supplies needed for their survival and protection is to go north across the Turkish border. This corridor is for the most part kept closed by the Turkish government. Turkey has provided asylum to many people from Kobane and hospital care. Nonetheless, given the scale of ISIS's war and the catastrophic situation in the city, this is by no means sufficient, especially since many of those who had fled have since returned to their destroyed city in order to rebuild it. Whilst international humanitarian aid to other regions of Syria is being provided through the Turkish border, it must also be possible for the population in Kobane to receive supplies. Only if the border with Turkey is open will the people of Kobane be able to receive all the aid and assistance which has been offered to supply, protect and rebuild their community. Reconstruction of the destroyed infrastructure will only be possible if international emergency helpers and experts are able to gain access on the ground to the cities that are in urgent need.

That is why we are calling on the Turkish government to urgently open up a corridor to Kobane to allow the city to live again and for the reconstruction to begin.
We are also calling on all international institutions and European governments to exert their influence with the Turkish Government to this end.
The United Nations should extend decision S/RES/2165 (2014) of 14 July 2014, Article 2, in order to guarantee an additional border crossing to Kobane. In the past, the international community, in particular the UN has been able to establish humanitarian corridors by political and diplomatic intervention.
The opening up of the border, and the support for the reconstruction of this city, are now matters of humanitarian urgency.
Universal values such as democracy and freedom are being defended in Kobane.
First signatures: Thomas Schmidt, Lawyer, Secretary General of ELDH, Germany; Prof. Dr. Norman Paech, International Law  -Germany; Dr.h.c. Hans von Sponeck, UN Assistant Secretary-General a.D. -Germany; Murat Çakır, Geschäftsführer der Rosa-Luxemburg-Foundation Hessen-Germany; Prof.Dr.med.Ulrich Gottstein, Frankfurt/Main-Germany; Prof. Dr. Elmar Altvater, Germany; Janet Biehl, Writer, Eco-Feminist -US; Sukla Sen , Peace activist, India; Emma Wallrup, Swedish, member of parliament for the Left, Sweden; Benny Gustafsson, The support comittee for Kurdistan, Sweden; Prof.dr Franco Cavalli, president of cancer fight association, former MP, Switzerland; Nina Rasmussen og Hjalte Tin , Denmark; Harem Karem, editor, Pasewan, India; Caroline Lucas, MP for Brighton Pavilion, House of Commons; Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Liliane Maury Pasquier , Fderal MP and member of EC- Switzerland; Carlo Sommuruga , MP Social Democratic Party of Switzerland; Jean Zigler ,Membre du comité consultatif du Conseil droits de l'Homme des Nations Unies- Switzerland; Bernard Kouchner ,Co-Founder of DOctor without Borders and former Foreign Affairs Minister- France; Patrice Franceschi , Author of the Book `Die for Kobane` France ;Edourd Martin , MEP -France; Vittorio Agnoletto, World Social Forum  International Conciel,  Italy; Claudio Bisio, Actor, presenter, voice actor, comedian and writer - Italy; Luisa Morgantini, Former Vice-President of European Parliament- Italy; Rete Kurdistan ,Kurdistan Solidarty Network- Italy; Blade Nzimande : Minister of Higher Education and Traning and General Secretary of the SACP, ANC, NEC and NWC, Soth-Africa; Joyce Moloi Moropa : Member of South African Parliament (ANC), Soth-Africa' Zingiswa Losi : 2nd Deputy President of COSATU, Soth-Africa ; Jeef Radebe : Minister in the Presidency for Performance Monitoring and Evaluation (ANC), Lawyer, Former Political Prisoner, Soth-Africa; Lechesa Tsenoli: Deputy Speaker of the South African National Assembly, Former Minister of Local Government and Traditional Affairs, Soth-Africa; Celiwe Madlopha : Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa ; Mugwena Maluleka : general secretary of the South African Democratic Teachers Union (SADTU), Soth-Africa; Mluleki Dlelanga : National secretary of the YCLSA (Young Comunist League of South Africa; Hillary Qjukuru : Niigeria, Editor of Uharu (Freedom) Magazine based in South Africa; Adrian Williams: Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa; George Mashamba : SACP Central Committee Member and former Robben Island Prisoner; Che Mathloke: SACP Central Committe member and Secretary for International Affairs and General Secretary of Friends of Cuba Society in South Africa; Jeremy Cronin : SACP 1st General Deputy Secretary and Deputy Minister of Public Works, Soth-Africa; Fiona Treggana: proffesor of economy, Soth-Africa; Sabir Abu Saadia: Representative of the SPLM-N Sudan in South Africa; Vuyani Iyhali : Communist Party of Lesotho (CPL) , Soth-Africa; Inter Parliamentary Work Group in Belgium; Coordination Stop the War against Kurds, Belgium; Kurdish Institutions in Belgium: ; Info-Turk,Belgium; VREDE, Belgium; Solidarity committee with Rojava, Belgium; Union of the Socialist Women in Belgium; Belgium Immigrants Collective,Belgium; Anni Pues, Human Rights Lawyer, International Committee Scottish Green Party, UK ;Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Joost Jongerden, , Assistant Professor, Wageningen University, the Netherlands; Shannon Brincat, Academic, Griffith University, Australia; Sukla Sen, peace activist, India; Abdalkareem Atteh, Phd Student, Essex University, UK; Caroline Lucas MP, Green Party of England and Wales, UK; Derek Wall, International Coordinator of the Green Party of England and Wales; UK; Kate Osamor MP, House of Commons, UK; Val Swain, Phd candidate, University of East Anglia, UK; Houzan Mahmoud, Kurdish feminist activist; Sean Hawkey, photo journalist, UK; Harem Karem, editor, Pasewan.com, UK; Isabel Kaser, PhD candidate SOAS, UK; Stephen Smellie, UNISON South Lanarkshire, Scotland' John Hunt, editor, writer; UK; Corporate Watch, UK; Julia Iglesias, Newroz Basque-Kurdish Friendship Association, Basque Country; Joe Ryan, Chair of Westminster Diocese for Peace and Justice, UK; Bob Rossi, Labour and solidarity activist, US; Thomas Schmidt, lawyer, Secretary General of ELDH ;Bob McGlynn, Neither East Nor West-NYC, US; Andreas Gavrielidis, Greek-Kurdish Solidarity, UK; Trevor Rayne Lecturer in Economics and Public Service Management  & Fight Racism! Fight Imperialism! UK; Sarah Parker, human rights activist, UK; Bronwen Jones, barrister, UK; Peter Tatchell, Director, Peter Tatchell Foundation, UK; Dashty Jamal, Secretary , International Federation of Iraqi Refugees-IFIR, UK; Khatchatur I. Pilikian, Prof of Music & Art, UK; Oonagh Cousins, Film Producer, UK; Joshua Virasami, Social Justice Activist, Black Dissidents, UK; Richard Haley, Chair, Scotland Against Criminalising Communities; Scotland; Nick Hildyard, policy analyst, UK; Isil Altan, Student, Kurdish Society of Nottingham Trent University, UK; Kardo Bokani, Assistant Lecturer , University College Dublin (UCD); Ireland; Jonathan Bloch, author; UK; Azad Dewani, PhD candidate; UK; Baris Oktem, Post Graduate Sociology Department, University of Essex; UK; Campaign Against Criminalising Communities UK; Dr Meryem Kaya, Trainee doctor, Kurdish Professionals Network, UK; Tara Jaff, musician, UK; Kat Glover, IT developer, UK; Neil Taylor LL.M, PGCM, MCIPR, Lawyer and Journalist, UK; Roza Salih, Human Rights Activist (Glasgow Girl) and the Co-founder of the Scottish Solidarity with Kurdistan, UK; Jasim Ghafur, Visual Artist and Welfare Rights advisor, UK; Raoof Sofie, Accountant-UK; Tim Cooper, treasurer Nottingham Unite Community and Nottingham Kurdish Solidarity campaign, UK; Melissa Cowell, PhD student, Nottingham Kurdish Solidarity Campaign, UK; Yasin Aziz,  Author, poet, UK; Penny Papadopoulou, freelance journalist, UK; National Union of Journalists (NUJ), Manchester Branch, UK.

[da un ponte per]: Il 15 settembre 2014 Isis ha lanciato la prima ingente offensiva contro il cantone di Kobanê, in Siria. La popolazione curda, guidata dalle forze di autodifesa del popolo (YPG e YPJ) ha organizzato una grande difesa contro l’attacco. La resistenza di uomini e donne all’interno di Kobanê, è stata una battaglia per la democrazia, per i diritti umani, per un futuro comune, per la legittimazione e l’uguaglianza delle donne nella società. Il supporto della Coalizione Internazionale è stato prezioso ma non sufficienteKobanê è stata liberata dopo 134 giorni di resistenza, ma gli attacchi non si sono fermati: tra il 25 e il 27 giugno l'ISIS ha compiuto l’ennesima strage a Kobane dove più di 200 civili, la maggior parte dei quali donne e bambini, sono stati brutalmente assassinati. Il 20 luglio un attentato suicida ha colpito in territorio turco il centro culturale Amara di Suruç, punto di riferimento della solidarietà internazionale con Kobane, provocando 32 vittime e 100 feriti tra i giovani dell’organizzazione dei giovani socialisti in procinto di partecipare alla ricostruzione della città siriana. A seguito di questo ultimo attacco la Turchia, pur mantendendo l’embargo su Kobane, ha dichiarato la propria partecipazione alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, attuando però unicamente una politica feroce di attacco alle postazioni curde dello YPG, dello YPJ e del PKK, unici avversari in campo aperto delle bande dello Stato Islamico e contemporaneamente aprendo una campagna repressiva verso i sostenitori dei partiti di opposizione della Sinistra Turca e dei partiti filocurdi Hdp, Dbp e Dtk, arrestando piu di 1200 persone in territorio turco.
La resistenza della Rojava nonostante ciò continua e Kobane ha piu che mai necessità del sostegno internazionale. I servizi essenziali quali acqua ed elettricità, i rifornimenti di cibo e le cure sanitarie sono ai minimi livelli o addirittura inesistenti ed è necessario garantire ai rifugiati la possibilità di rientro nella propria città in modo sicuro, sostenendo la ricostruzione delle infrastrutture basilari, al fine di assicurare loro una vita dignitosa. Kobanê e la regione del Rojava sono circondate ancora oggi da Isis. L’apertura del confine con la Turchia risulta quindi fondamentale. La popolazione di Kobanê ha urgentemente bisogno di un corridoio umanitario per ricevere gli aiuti necessari al fine di proteggere, rifornire e ricostruire la propria città.
Dopo la riconquista di Kobane, le forze anti-Isis curde hanno conquistato città strategiche come Tal Abyad, Ain Issa, Sarrin, Hasaka, e continuano l’avanzata liberando villaggi verso Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria. La ricostruzione di Kobane e il sostegno alla Rojava garantiscono oggi l’unico percorso possibile per una democratizzazione della Siria e dell’intera area, mentre l’obiettivo della Turchia di creare una buffer zone tra i cantoni di Kobane e Afrin, favorirà nei fatti l’avanzata delle forze jihadiste e qaediste mettendo a rischio centinaia di migliaia di vite umane. La situazione richiede una straordinaria attivazione della solidarieta internazionale.

lunedì 24 agosto 2015

Jae West nuda sta al fianco della tua vulnerabilità. Vestita solo di cuori d'amore

Appena messo piede a Piccadilly Circus con il mio cartello, i pennarelli in una mano, e la benda per gli occhi nell'altra, non ho potuto fare a meno di provare un opprimente senso di vulnerabilità, per ciò che stavo per fare. 

Osservando la gente, in una qualunque domenica all'ora di pranzo, cercavo di ignorare i pensieri terrorizzati che si susseguivano nella mia testa. Avevo visto in giro molte famiglie e persone di culture diverse, e temevo di offenderli con l'esibizione del mio corpo nell'atto di libertà che stavo per compiere.
Mentre i miei vestiti cadevano a terra e ponevo la benda sugli occhi ho potuto percepire uno scarto di attenzione e confusione, un'agitazione nell'aria. Il mio cuore batteva mentre tutti gli scenari peggiori si affacciavano alla mia mente. E temevo che nessuno volesse disegnare un cuore d'amore sul mio corpo, e di restare là in mutande, messa in mostra solo per essere ridicolizzata.
I minuti che passavano mi sembravano ore. Di solito durante gli esperimenti pubblici un paio di persone stanno in mezzo alla folla, per intervenire se necessario, ma sapevo che Elliot e Pete, che erano gli unici là con me, erano entrambi con le macchine fotografiche, e così dovevo davvero contare sul pubblico. A un tratto ho sentito una delle penne nella mia mano sinistra scivolare fuori.. la sensazione della penna che scorreva sulla mia pelle è stato uno dei più travolgenti sentimenti di sollievo, gratitudine e amore che abbia mai provato. Sono letteralmente scoppiata in lacrime. 

Non so chi fosse quella prima persona che è corsa verso di me, ma le sono infinitamente riconoscente per il suo gesto. Dopo che quel primo cuore è stato disegnato, ho sentito come altri si siano sentiti liberati, e in grado di seguire il suo esempio, perché ben presto tutte le penne stavano lasciando rapidamente le mie mani. 



Uno dei momenti più emozionanti e di ispirazione, per me, è stato udire un padre spiegare ai suoi bambini quel che stavo facendo: come lui riconosceva che tutti dovrebbero amare se stessi esattamente come sono, e apprezzare i propri corpi come li hanno ricevuti. Mi ha scaldato il cuore sapere che i suoi figli, e altri come loro, sarebbero cresciuti comprendendo l'impatto di questo problema che ci riguarda tutti, e avere la sensazione di aver contribuito disegnando un cuore d'amore sul mio corpo. 
Se tutti potessero riconoscere e apprezzare, fin dall'infanzia, come sono belli, penso che questo mondo sarebbe molto diverso. Con la crescente diffusione di disturbi alimentari e problemi di autostima in tutto il mondo, questo atto pubblico di auto-accettazione mira a spingere le persone a mettere in discussione il vero rapporto che hanno con se stesse e con l'immagine del proprio corpo. Questo fa parte del Liberators international tour attraverso l'Europa [qui il Liberators International, e qui la pagina facebook, ndr].
Ma cosa ha detto la Polizia? 
La polizia inglese ha apprezzato la mia decisione di manifestare; mi hanno semplicemente chiesto se nei paraggi c'erano altri che vegliavano su di me, per problemi di sicurezza. Alla fine dell'esperimento, quando mi sono rivestita ho anche abbracciato una poliziotta, in ringraziamento. 
Come è nata l'idea? Ho sempre voluto sostenere l'accettazione di sé e della propria immagine corporea dopo aver sperimentato io stessa un disturbo alimentare all'epoca del liceo e fino ai 20 anni. Come dice Richard Bach insegniamo meglio ciò che noi stessi più abbiamo bisogno di imparare, quindi lo faccio anche per questo. Una sera, guardando il TED talk di Amanda Palmer L'arte di chiedere, mi sono sentita veramente ispirata dalla sua vulnerabilità e dal suo coraggio. 



Lei spiegava come si fosse denudata per permettere ai suoi fan di disegnare e scrivere sul suo corpo ciò che volevano. Quella sera, andando a letto, ho pensato di collegare la vulnerabilità della nudità con i problemi di autostima in un luogo pubblico. Solo immaginare il mio corpo coperto da cuori d'amore disegnati da altre persone mi ha fatto salire le lacrime agli occhi. Era un reality check (una verifica reale) di quanto duri possiamo essere con noi stessi, di come possiamo essere davvero i nostri peggiori critici. Le aspettative non realistiche che poniamo su noi stessi ci possono portare a rifiutare l'amore che gli altri ci offrono apertamente, a causa di un senso di indegnità. Sapevo che questo era un concetto globale che può riguardare molte persone, così mettermi in quella situazione era davvero mettersi dalla parte di tutti quelli che, là fuori, devono affrontare insicurezze in relazione al loro aspetto.
Jae West


domenica 23 agosto 2015

Martina Levato e lo stigma della madre cattiva

Di Luisa Betti • Il tribunale dei minori di Milano colloca il figlio di Martina Levato in istituto e rispedisce la madre a San Vittore, in attesa di valutare il nucleo familiare entro il 30 settembre. 

Intanto Alexander Boettcher, il padre del piccolo che ha riconosciuto il figlio, dichiara di pentirsi “del proprio passato stile di vita”, di partecipare “al dolore delle vittime di quegli atti che, seppure in parte, sono anche a lui attribuiti” e quindi di volersi far carico delle “responsabilità di padre nel modo più completo possibile”, fino al punto di far trapelare l’intenzione di sposare Martina. Nel frattempo i nonni paterni potranno vedere il bambino parcheggiato in Istituto dai giudici, e forse anche i genitori potranno incontrare il figlio. Insomma il bambino sottratto-non sottratto sarà parcheggiato in un istituto, con i traumi che questo comporta, non verrà allattato (anche se è un suo diritto) ma potrà incontrare i genitori e i nonni creando così comunque un legame sebbene si sia più volte affermata l’intenzione di darlo in affidamento a una famiglia estranea alla vicenda. Tutto ciò che senso ha? Quello che si prospetta è quindi una battaglia legale i cui effetti ricadranno inevitabilmente sul bambino.
Sul caso di Martina Levato, la 23enne condannata a 14 anni per aver acidificato un uomo insieme al suo compagno, Alexander Boettcher, e che a ferragosto ha partorito, si è parlato a sproposito, formando quasi due partiti pro o contro. Il caso, di cui non parlava più nessuno, è tornato a far discutere dopo che la pm Annamaria Fiorillo ha separato dalla donna il piccolo affidandolo al Comune di Milano e in attesa di aprire un’istruttoria sull’adozione. Il bambino è stato tolto alla madre subito dopo il parto e questo è stato ritenuto da alcuni un atteggiamento disumano e da altri una tutela nei confronti del piccolo nella convinzione che in questo modo possa avere una vita migliore, dato che la madre è stata dichiarata una borderline pericolosa. I magistrati hanno giudicato con la frase “irreversibile inadeguatezza” non solo i genitori, ma anche l’intero contesto familiare, soprattutto i genitori di Boettcher, ma è stata la perizia delle psichiatre Erica Francesca Poli e Marina Carla Verga che escludendo qualsiasi forma di incapacità di intendere e di volere dei due genitori, hanno determinato il giudizio di inadeguatezza genitoriale, perizia in cui Martina Levato è stata giudicata nel processo penale come “soggetto borderline e pericoloso socialmente”, raffiguardola inoltre come anaffettiva e in ipercontrollo.

Martina Levato aveva chiesto in realtà di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni).
Come le è consentito dalla legge italiana (legge su cui ancora adesso le associazioni che lavorano con i bambini in carcere con le mamme, chiedono modifiche per l’inadeguatezza delle norme apportate alcuni anni fa); ma i giudici, non ritenendola idonea, una volta uscita dal Mangiagalli l’hanno rispedita in carcere sottraendole il figlio e riservandosi di decidere sul suo destino dopo averlo parcheggiato in istituto.
Il fatto interessante che riguarda questa delicata vicenda è stata però la reazione dell’opinione pubblica, soprattutto sui social, e sui media che hanno messo al centro più che la notizia il giudizio sulla donna e quindi su come deve essere una “madre” degna di essere ritenuta tale, con un accanimento visto solo quando a delinquere è una donna e per giunta madre. Al di là del fatto se sia opportuno o meno dare in affidamento il bambino, cosa che deciderà il Tribunale dei Minori di Milano, chiunque si è preso la briga di mettersi su in cattedra per giudicare come sia “cattiva” una cattiva madre e come deve essere invece una buona madre, sparlando di istinto materno, parlando di superiore interesse del bambino senza nemmeno saperne il significato, avventurandosi in sproloqui senza conoscere né cosa consente la legge italiana, né dei rischi che questo bambino corre per esempio parcheggiato in istituto, o anche dei rischi che correrebbe nel caso di permanenza dei primi anni di vita in carcere con la mamma o in Icam, e di come attualmente quella stessa legge che dovrebbe tutelare madri detenute con bambini piccoli in Italia, sia ancora carente in Italia.

Cioè non si parla del caso, ma di quanto sia brutta e cattiva questa Martina Levato che essendo una reietta si è anche permessa di mettere al mondo un figlio. Al di là della storia, brevemente riassunta qui, è interessante quindi osservare l’accanimento dei media, degli “opinionisti” ma anche della gente comune verso una donna che in quanto madre colpevole di un crimine (senza nulla togliere a quello che ha fatto, per cui è stata già condannata a scontare 14 anni di prigione), diventa stigma del male assoluto: un trattamento che allo stesso livello diciamo di reato, non è neanche immaginato per gli uomini. Quante donne vengono sfigurate, torturate, stuprate nel mondo da uomini senza che sulla base di questo reato venga pesata la loro capacità di fare il padre? Di rado viene giudicata la capacità genitoriale di un uomo su questo, in quanto non è ritenuto probabilmente importante per la comunità. A questo proposito è chiarificatrice la lettera che segue, di Ilaria Boiano (avvocata di Differenza Donna), che spiega in maniera precisa e dettagliata lo stigma che colpisce le donne che delinquono, compresa Martina Levato:

Il doppio standard e il principio di legalità che salta quando a delinquere sono le donne
(di Ilaria Boiano)
Le rappresentazioni delle donne nella nostra società rimangono molto limitate: alle donne proposte come oggetto sessuale si contrappone l’immaginario della donna accudente e madre “in essenza”.
Uscire da questo dualismo significa deviare dalla norma, una deviazione che per il sentire comune sembra ancora meritare una pena (anche solo sociale) più afflittiva: se le donne non accettano passivamente il ruolo di oggetto sessuale, ma si pongono come soggetto attivo e desiderante, allora si presume che vadano in giro in uno stato di consenso costante all’attività  sessuale e dunque la loro parola diviene “non attendibile”. Anche rifiutare la maternità, o solo modificarne l’articolazione tradizionale, comporta una stigmatizzazione delle donne che provano a reinventarsi. L’idealizzazione della maternità ha cominciato ad essere scalfita da quando le donne non sacrificano più la propria dimensione esistenziale, e la propria vita nei casi di violenza maschile, sull’altare della “sacra famiglia” da tenere unita, ma scelgono di percorrere la strada della libertà e della realizzazione personale: la punizione sociale per aver rotto i vincoli familiari è la rappresentazione come ex moglie avida e vendicativa o “madre alienante”.
Se poi le donne sono pure straniere e per di più senza risorse, perché tali non sono considerati il coraggio e la determinazione che hanno consentito la fuga da persecuzioni e violenze e la realizzazione del progetto migratorio, il diritto alla piena realizzazione personale, anche attraverso la maternità, è fortemente compromesso da strutture sociali che, in luogo di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità”(art. 3 Costituzione Italiana), ne producono di nuovi e spesso insormontabili che negano i più basilari diritti, compreso il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU).
Infine, la deviazione diviene socialmente intollerabile se le donne commettono reati: alla rappresentazione di uomini colti da raptus o criminali “per professione”, si contrappone l’immaginario di donne criminali promiscue, fredde dal cuore spietato, soggetti ‘doppiamente devianti’ dal comportamento innaturale perché non solo hanno infranto la legge, ma hanno anche trasceso le norme sociali e le aspettative connesse ad un comportamento femminile accettabile. La prevalenza di queste narrazioni delle donne ci parla di una società ancora refrattaria al principio di uguaglianza sia sul piano sostanziale su quello formale.
Ancora la legge non è uguale per tutte: dalla lettura di recenti sentenze in materia di violenza sessuale, ma anche dei provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale, sempre di più ratifica delle conclusioni dei “professionisti della genitorialità”, con buona pace dei principi di terzietà e imparzialità della funzione giurisdizionale, emerge immediatamente come il senso comune intriso di convincimenti ingiustificati e narrazioni discriminatorie che ruotano intorno al sesso e ai ruoli di genere guidi anche il ragionamento giuridico con esiti in palese violazione dei diritti fondamentali. Diviene secondario così verificare se quanto stabilito dalla legge, sia a livello sostanziale sia a livello procedurale, caso per caso sia stato rispettato.
Dinanzi alla vicenda del figlio di Martina Levato, per il quale, come è noto, è stato disposto l’allontanamento immediato dalla madre al momento della nascita ed è stato aperto un procedimento di adottabilità dinanzi al Tribunale per i Minori di Milano a seguito di ricorso del PM, questione da considerare in uno Stato di diritto, prima di ogni considerazione, per altro intrisa di retorica, sull’importanza del primo contatto madre-figlio o della forza “rieducativa” dell’esercizio della maternità per una donna condannata, ancora non in via definitiva, per reati gravi, è se le autorità hanno agito nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della donna in stato di privazione della libertà personale, cioè nelle mani dello Stato. Oggetto di vaglio dovrà essere quindi l’apparato motivazionale dei provvedimenti delle autorità al fine di assicurare, insieme all’interesse e benessere del bambino, che qualsiasi decisione assunta non sia fondata su pregiudizi e rappresentazioni discriminatorie.
In particolare, ciò che desta più perplessità nella vicenda di Marina Levato, almeno in base alle informazioni rese note dai media, è l’immediato allontanamento del neonato dalla madre dopo il parto: giustificato con la finalità di tutelare il benessere psicofisico del minore, ritenuto a rischio in caso di allontanamento successivo, tale atto appare di fatto un arbitrio commesso ai danni di una donna privata della libertà personale, atto per di più eseguito prima ancora dell’avvenuta notifica del provvedimento di allontanamento alla diretta interessata, che ha provocato sofferenza e dolore di tale gravità da configurare un trattamento inumano e degradante vietato dall’articolo 3 Cedu.
Il “superiore interesse” del minore, anziché prevalere, finisce così per cedere il passo innanzi alla pretesa punitiva dello Stato, pretesa punitiva che si è manifestata al di fuori dei limiti stabiliti dalla legge e in modo esacerbato perché l’interessata dal provvedimento ha violato non solo la legge, ma una norma sociale di genere: Marina Levato è doppiamente colpevole per il delitto commesso perché donna e dunque ancora più esemplare deve essere la reazione pubblica.
Dato di fatto, che conferma la natura discriminatoria per motivi di genere dell’allontanamento del neonato da sua madre, è che la medesima solerzia delle autorità a disporre l’allontanamento dal genitore non si rileva quando sono le donne a segnalare comportamenti pregiudizievoli dei padri ai danni dei figli minori: in questi casi, l’argomentazione con la quale si giustifica la mancata adozione di misure di protezione dei minori è che gli eventuali comportamenti violenti commessi nei confronti di terzi (magari proprio della ex compagna madre del proprio figlio) non può essere di per sé ritenuto indice di inadeguatezza genitoriale.
In definitiva, nel nostro ordinamento il principio di legalità è minacciato da un doppio parametro di valutazione che guida l’applicazione della legge in direzione discriminatoria delle donne. E questo non è solo un problema nostro, di noi donne, ma riguarda la società tutta: quando vacilla il principio di legalità, è a rischio la libertà di tutti e tutte.

sabato 22 agosto 2015

Chiamata a tutte le donne: torniamo indietro, verso il futuro

TreeSisters è una campagna promossa da donne che chiamano milioni di altre donne a supportare la vegetazione nel mondo e l'empowerment femminile. Qualcosa che richiama alla mente non solo la grande Wangari Maathai, con il suo Green Belt Movement, ma anche, per analogia, un meraviglioso progetto, nato in difesa dell'ambiente e delle donne, che ha luogo in India (ormai da 8 anni) a Piplantri, nel Rajasthan.
Qui, deforestazione ed estrazioni minerarie avevano causato una tale desertificazione che era divenuto impossibile attingere acqua a meno di 200 metri di profondità. Nello stesso tempo, gli aborti selettivi (come in gran parte dell'Asia) avevano drasticamente sbilanciato il rapporto fra i sessi dei nuovi nati, riducendo il numero delle bambine. Ma dal 2007, per ogni bimba che nasce, 111 alberi da frutto vengono piantati, e una somma di denaro è messa a disposizione della famiglia, che la potrà ritirare solo dopo diversi anni, se la piccola verrà educata e non sarà data in sposa prematuramente: facciamo firmare ai genitori un accordo per cui loro si impegnano a mandare la piccola a scuola regolarmente, a non cederla in "sposa" da bambina, e a prendersi cura degli alberi piantati in suo nome.
Per difenderli dalle termiti, intorno a questi alberi vengono seminate anche molte piantine di Aloe Vera, che per le sue preziose proprietà viene trasformata e commercializzata in molti modi. Così è partito anche un progetto di formazione delle donne che ha dato vita ad attività di produzione e vendita di molti prodotti derivati.
In questi anni sono state piantate in questa zona centinaia di migliaia di alberi (erano oltre 250.000 già nel 2013!) che hanno ridato fertilità alla terra, e oggi l'acqua si trova a soli 3 metri. Mentre cresce il numero delle bambine cresce anche il benessere dell'intera comunità, anche violenza e criminalità sono praticamente scomparse. Un circolo virtuoso e vitale che fa si che la nascita di ogni nuova bimba crei ricchezza e salute che si moltiplicano in favore di tutti, grazie alla generosità e all'intelligenza di chi l'ha promosso: Shyam Sundar Paliwal, un decano del villaggio che ha voluto così onorare la memoria della propria figlia scomparsa, Kiram.
Se volete appartenere a una rete globale capace di miracoli come questo, e contribuire a sostenerla, potete collegarvi al movimento treesisters. Lo trovate qui, con la sua chiamata a tutte le donne: torniamo indietro, verso il futuro. Riforestiamo il Pianeta.

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E per l'ennesima volta, poiché parliamo di chiamate alle donne, e delle donne, vi ricordiamo la chiamata urgente delle donne per il clima.



Perché molto si può fare, ma va fatto adessoNon si può più aspettare.

martedì 18 agosto 2015

Martina Levato e il figlio sottratto. E la retorica della maternità

Nei giorni scorsi la pm milanese Annamaria Fiorillo ha disposto l'allontanamento del figlio di Martina Levato subito dopo il parto avvenuto il giorno di ferragosto alla clinica Mangiagalli.

Annamaria Fiorillo pm
La Pm ha chiesto che il bambino venga dichiarato in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacità ed inadeguatezza della madre e del padre a svolgere funzioni genitoriali. Starà ora al Tribunale dei Minori decidere nei prossimi giorni che sorte toccherà al bambino e ai genitori.
Ho letto molti articoli e commenti critici sulla decisione della Procura, accompagnati da una certa retorica sulla maternità. Martina Levato, che nel dicembre scorso deturpò un uomo con la complicità di Alessandro Boettcher,  padre del neonato, è stata condannata a 14 anni di reclusione. I periti l'hanno giudicata capace di intendere e di volere ma con una personalità dai tratti borderline. E già prima di quell'aggressione aveva commesso atti violenti contro un altro uomo.
La decisione di Annamaria Fiorillo colpisce duramente ma dobbiamo con onestà domandarci se, al di là della retorica, la maternità possa sanare ogni fragilità, problematiche, patologie e di per sé sia sempre capace di colmare i vuoti dell'anima in virtù dell'amore per un figlio. 
Forse, semmai, la maternità non è solo un'esperienza luminosa ma qualcosa di più complesso che  insieme alla sorpresa, alla tenerezza, al legame che si instaura giorno dopo giorno con il figlio o la figlia, può portare sentimenti contrapposti e altrettanto potenti fra i quali l'amore deve farsi strada. Si può essere madri sufficientemente buone se ci sono risorse psicologiche adeguate e capacità di sintonizzarsi sui bisogni del bambino o della bambina, che chiedono attenzioni costanti.
Ci auguriamo di cuore che questa giovane donna non sia abbandonata a sé stessa e sia aiutata a ritrovarsi in un momento tremendo della sua vita. Chi ha un minimo di sensibilità non può certo compiacersi di una decisione che la Procura, tuttavia, ha preso senza l'intenzione di infliggere a Martina Levato una ulteriore pena, ma dopo averne valutato le capacità genitoriali. Tutto il resto temo sia solo frutto di identificazioni (chi con la madre e chi con il figlio) che in questa storia immensamente tragica sono una zavorra inopportuna.

lunedì 17 agosto 2015

Le donne curde allo Stato turco: non ci faremo intimidire; Ekin Wan è la nostra resistenza nuda

A Nusaybin, nella provincia di Mardin, le donne sono scese in piazza: Ekin Wan è la nostra resistenza nuda, dicono i cartelli della protesta, indetta dal gruppo femminile Congresso delle donne libere (KJA). 
Ekin Wan è il nome di battaglia della resistente curda Kevser Eltürk, barbaramente torturata e uccisa il 10 agosto, nel distretto di Varto in Turchia, dalle "forze di sicurezza" turche (o dovremmo piuttosto dire di intimidazione). Il suo corpo, denudato e straziato dalle torture, è stato trascinato ed esposto per le strade e poi abbandonato nella piazza del paese; qui, fotografato da qualcuno, è finito sui social.
A confermare che quelle foto erano proprio di Ekin è stata Hamiyet Şahin, che era fra le donne che hanno lavato il corpo per il funerale, e che è co-presidente del DBP (Demokratik Bölgeler Partisi: partito regionale democratico e femminista).
Ora, il Governatore della regione ha aperto un'indagine: ma non contro i poliziotti sanguinari che hanno compiuto questo crimine: contro quelli che facendo circolare le foto l'hanno fatto emergere.
Le donne, dal canto loro, stanno protestando per farlo emergere ancora di più.

Le donne del gruppo YDK (Nuova donna democratica) si sono rivolte allo Stato turco con questo comunicato:
Non ci fate paura. Perché noi già sappiamo che questo Stato è un assassino, per i villaggi che ha sgomberato e le donne che ha assassinato mentre erano agli arresti. Perché noi sappiamo che questo Stato è uno stupratore, per le donne a cui ha mozzato i seni durante le torture, e per le donne che ha tentato di sottomettere con gli stupri, e per le donne che ha abbandonato alle torture sessuali in prigione. Noi lo sappiamo a causa delle tue sporche e ingiuste guerre, che non possono farci vergognare dei nostri corpi, ma ci fanno vergognare della nostra umanità. Noi sappiamo tutto questo da Shengal e da Kobané. Noi vediamo molto bene come questa tua misoginia cresce per le donne che combattono sulle barricate, nelle prigioni e sulle montagne. Perciò non ci faremo intimidire e non ci vergogneremo dei nostri corpi".
Si. diciamolo pure chiaro, che la battaglia del premier turco Erdogan "contro l'Isis" non esiste, il vero obiettivo è annientare i curdi.



E che i curdi sono tanto più temibili, e osteggiati da tutti, in queste regioni, precisamente perché nella loro identità e nella loro ideologia dichiarata ci sono il rispetto per le donne e la parità sessuale. E che la resistenza curda, dunque, ha al suo cuore proprio la resistenza delle donne - donne come Ekin. Tanto che i curdi stessi l'hanno definita anche una rivoluzione femminista.


E che, come sempre, il corpo delle donne si conferma come il campo di battaglia principale, in ogni guerra e ad ogni scala.

mercoledì 12 agosto 2015

Fiorella Mannoia: giudicate voi quello che sta succedendo al Paese più bello del mondo. Il nostro.

Faccio questo lavoro da più di 40 anni, ho girato (e giro) l'Italia in lungo e in largo e ogni volta che arrivo in una città, paese, piccolo centro… non smetto mai di stupirmi della bellezza del mio Paese. In questa lingua di terra abbiamo la più alta concentrazione di opere d'arte del pianeta. Il nostro passato gronda di storia e di bellezza. Ieri al Teatro dei Templi a Paestum, guardando la maestosità di quelle colonne ho pensato: chissà quanta storia c'è ancora da scoprire qua sotto, stiamo camminando sopra una civiltà.
Qualsiasi altra nazione avrebbe fatto di questo paese un museo a cielo aperto, avrebbe sfruttato la bellezza artistica e paesaggistica che pochi paesi al mondo hanno. Avrebbe fatto di questa ricchezza la nostra ricchezza. Viviamo in una striscia di terra che va dalla maestosità delle Alpi fino quasi all'Africa, con mari, isole, coste e una gastronomia che il mondo ci invidia. 
Ieri è venuta a trovarmi una ragazza, un'agronoma, la vedo spesso ai miei concerti, ma è sempre stata molto riservata e di poche parole. Mi ha lasciato delle cartine come questa... 
… e mi ha detto: "potrei andare via dall'Italia ma non lo faccio, voglio lottare per il mio Paese. Ti prego, fa' che la gente sappia". 

Ecco, giudicate voi quello che sta succedendo al Paese più bello del mondo. Il nostro.

domenica 9 agosto 2015

Anche il diavolo sorride; ora lo sapete. Odio e bellezza a Gaza

Scriveva Simone Weil che perfino la gioia ha due volti: esiste una gioia buona e una cattiva. Non si può fare a meno di ricordare queste parole vedendo il bel sorriso sul volto di Meir Ettinger, il giovane assassino che ha causato l'atroce morte del bimbo di un anno bruciato vivo a Gaza. E dopo giorni di agonia, anche il padre del piccolo è morto; ustionati restano in ospedale la mamma e il fratellino di 4 anni. Ma nessun rimorso
Solo un sorriso - addirittura luminoso - che conferma la piena volontà di fare il male, un male assoluto. Il ragazzo è nipote di Meir Kahane, fondatore della Lega di difesa ebraica, organizzazione di estrema desta, fondamentalista e terrorista, e fautore della deportazione di tutti i palestinesi. Questa è la scuola da cui sboccia quel sorriso, sulle labbra di un quasi bambino nutrito a odio e violenza.
Serve rispondere con altro odio? Forse a sfogare gli animi. Ma ad affogare la violenza, a prosciugare il sangue, non servirà mai. Solo la Bellezza potrebbe. Come sembra dirci lei, la ragazza che con il suo violino profonde musica sulle macerie di Gaza.


sabato 8 agosto 2015

Basta silenzio complice sulle persecuzioni in Messico contro giornalisti e attivisti. E donne. #MexicoNosUrge.

Il Trattato di libero commercio tra il Messico e l’Unione Europea ha tra i suoi fondamenti che "Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.”
E allora com'è che il PE e i governi dei paesi europei non intervengono sul fatto che in Messico i giornalisti indipendenti (e, per inciso, le donne in quanto tali) vengono trucidati in un massacro senza fine? 
I giornalisti uccisi sono talmente tanti da aver fatto guadagnare, ormai da anni, al Governatore di Veracruz il soprannome di mataperiodistas, l’ammazza-giornalisti.


Ma non dimentichiamo che il Messico è anche il paese che tortura e uccide serialmente le donne: a partire da Ciudad Juarez, sorta di capitale mondiale del femminicidio; e anche in questo caso la connivenza delle autorità è totale, nell'inestricabile intreccio di interessi fra potere ufficiale e potere dei narcotrafficanti.
Il brutale assassinio del 31 luglio, preceduto da torture, oltre a Rubén Espinosa, riguarda ben 4 donne che hanno anche subito torture sessuali fra cui lo stupro. Chi sono?  Nadia Vera, un'attivista,   e tre ragazze dai lavori semplici: Yesenia Quiroz Alfaro, Alejandra Negrete, e la peruviana Mile Virginia Martìn.
Quattro donne doppiamente oltraggiate: subito infangate dalla stampa locale come presumibilmente leggere, e poi ignorate dalla comunicazione di chi si batte per i diritti.
Questo crimine è solo l'ultimo di un'infinita catena di episodi raccapriccianti. Basta: rimanere in silenzio, fingendo che il Messico sia solo un partner commerciale come tanti, è complicità. Per questo in tanti stanno raccogliendo questo appello: Il Messico ci chiama, il Messico ha bisogno di noi: #MéxicoNosUrge. Vent'anni dopo l'ingresso ufficiale nel primo mondo, con la firma del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti d'America (nel 1994), il Paese sembra tornato agli anni Sessanta, con migliaia di persone vittime di sparizione forzata, e omicidi mirati nei confronti di giornalisti e attivisti. Non possiamo restare a guardare. [Qui il testo completo con l'elenco delle adesioni].
Da parte nostra ricordiamo che è una sorta di connivenza anche tacere sulla persecuzione particolare rivolta alle donne in quanto tali.
Il che non mette in secondo piano la violenza contro attivisti (e attiviste) e giornalisti (e giornaliste), la mette solo in una luce più completa, che va dispiegata in tutta la sua crudezza. Sono oltre cento i giornalisti messi a tacere in Messico dal 2000 ad oggi. Nel solo periodo dal 2000 al 2009 sono state uccise 12.636 donne (si, dodicimilaseicentotrentasei - e questi sono i dati ufficiali dello stesso Istituto Nazionale di Statistica messicano - molte centinaia nella sola città di Ciudad Juarez, età media 15-25 anni) e in grande maggioranza queste sono state anche torturate e violentate. Molti dei giornalisti uccisi erano dello Stato del Veracruz, fra questi anche Rubén e Nadia, che erano fuggiti proprio per le minacce ricevute da funzionari del governo, ma sono stati raggiunti e uccisi a Città del Messico. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte; tutti i giornalisti critici abbiano paura di essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati. Poi ci sono gli attivisti, i ragazzi e le ragazze fatti sparire (anche a decine per volta!), anch'essi torturati e uccisi. Tra il 2007 e il 2014 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi (basandosi su dati del governo), supera le 30mila persone. Cos'altro deve succedere??
Sosteniamo dunque l'appello #MexicoNosUrge con tutto il cuore. Ricordando, nel contempo, ai promotori di non dimenticare, come sempre, le donne. Perché in Messico i giornalisti muoiono? Perché facciamo tremare con le nostre parole, risponde il giornalista Diego Enrique Osorno.
E le donne, perché muoiono? perché muoiono a loro volta ammazzate, e - sempre - prima torturate e violentate in ogni modo? Perché fanno tremare con la loro differenza.
Questa è la risposta - ammesso che vogliate davvero saperlo. E infatti, anche in questo caso, la donnità è una provocazione; lo è in sè, è un affronto a quel potere; che è totalmente maschile e profondamente patriarcale. Per questo anche la guerra sferrata in Messico da molti anni contro una legalità degna di questo nome, contro ogni libertà e contro i diritti, mette da sempre le donne in cima ai propri bersagli di elezione; insieme a chi i diritti li difende.
Non si adombri Mauro Biani (che è tra i firmatari), se abbiamo dunque sovrapposto 2 delle sue vignette, una delle quali specificamente dedicata all'appello, a una alla violenza contro le donne: per ricordare anche quanto sopra e, dunque, per sostenere l'appello #MéxicoNosUrge ancor più profondamente e decisamente, e andando, anche, ancor più al cuore del problema.