domenica 28 giugno 2015

Chi si rende conto oggi è in marcia per il Clima. Se può a Roma oppure sui social; e ogni giorno sul lavoro, a scuola, a casa sua

Domenica 28 giugno, alle 9,00 da Piazza Farnese fino a Piazza San Pietro, sotto lo slogan una sola Terra, una sola famiglia: ecco il vero, il solo Family Day che abbia davvero un senso
Anche Greenpeace e Avaaz si uniranno alla marcia per il clima promossa da GreenFaith e Conservation Foundation su proposta di OurVoices (Campagna interreligiosa contro i cambiamenti climatici), e organizzata da Focsiv (Volontari cristiani nel mondo). Ambientalisti e comunità delle più diverse ispirazioni religiose (cattolica, protestante, ebraica, i giovani legati alla Moschea di Roma e l'Unione buddista), gruppi della società civile, organizzazioni di volontariato, sindacati, associazioni degli agricoltori, marceranno insieme verso Piazza San Pietro in risposta all'Enciclica “Laudato si’”: per ringraziare Papa Francesco per aver agito,per chiedere impegni più seri ai governi in vista della prossima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà a Parigi in dicembre. 
Perché i nostri politici restano sordi. E invece urgono “accordi intergovernativi che servono a ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili, in modo da non arrivare a questo famoso riscaldamento del pianeta di due gradi [a cui siamo già ampiamente arrivati, ndr] e, contemporaneamente, la creazione di un fondo verde per rispondere ai drammi di popolazioni del Sud del mondo, che già oggi vivono l’impatto nella loro vita, nel loro quotidiano, dei cambiamenti climatici. Le periferie del mondo subiscono, prima e ancor più dei Paesi economicamente ricchi, le conseguenze dei disastri ambientali: i poveri [e più di tutti le donne, e con loro i bambini, ndr], benché siano quelli che inquinano di meno, sono coloro che vivono sulla loro pelle con maggiore forza l’impatto di questi cambiamenti” (Attilio Ascani di Focsiv)).
Un tema a noi stracarissimo; il tema per eccellenza - per ragioni altrove mille volte sviscerate e per cui invitiamo, anche ora, tutte e tutti a esserci e ad agire.
Ricordando, per l'ennesima volta: guerra, distruzione ambientale, persecuzione delle donne, razzismi  sono tutti nomi diversi per dire la stessa cosa. Ecco perché per la giustizia, la pace e la sostenibilità serve un solido asse fra gli attivismi.

sabato 27 giugno 2015

Papa Francesco manda in porto un'intesa storica: il Vaticano riconosce lo Stato della Palestina

Ieri nel mondo è stata una giornata densa di eventi epocali. Da un lato il riconoscimento del matrimonio omosessuale in tutti i 50 stati USA, dall'altro attentati ovunque, con cui l'immondizia dell'Isis ha ancor più imbrattato il mondo di sangue. Ma fra le varie cose anche un (altro) fatto di portata storica, suscettibile di cambiare gli equilibri mondiali: il Vaticano ha infatti firmato l'accordo di riconoscimento dello Stato Palestinese (qui il testo del comunicato congiunto).
E' del 15 febbraio 2000 l’Accordo Base firmato tra la Santa Sede e l’OLP; dopo 15 anni, un mese fa un abbraccio tra Papa Francesco e Abu Mazen faceva da preludio all'intesa di ieri, 26 giugno 2015: un accordo scaturito da faticosi negoziati bilaterali, condotti per lunghi anni.

Il ministro degli esteri vaticano (monsignor Gallagher) si augura che questo passo “possa costituire uno stimolo per porre fine in modo definitivo all’annoso conflitto israeliano-palestinese, che provoca continue sofferenze ad entrambe le Parti. Spero anche che l’auspicata soluzione dei due Stati divenga realtà quanto prima. Il processo di pace può progredire solo tramite il negoziato diretto tra le Parti con il sostegno della comunità internazionale. Ciò richiede certamente decisioni coraggiose, ma anche sarà un grande contributo alla pace e alla stabilità della Regione (…). Nel contesto complesso del Medio Oriente, dove in alcuni Paesi i cristiani hanno sofferto persino la persecuzione, questo accordo offre un buon esempio di dialogo e di collaborazione e auspico che possa servire da modello per altri Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Al riguardo voglio sottolineare la portata del capitolo dedicato alla libertà di religione e di coscienza”. La posizione storica della Chiesa, a favore della “soluzione dei due Stati” per la fine della questione israeliano-palestinese, è stata richiamata dai Papi nel 2009 e poi nel 2014: da Benedetto XVI nel suo viaggio in Israele e da Papa Francesco nel suo recente pellegrinaggio in Terra Santa. In questa occasione Papa Francesco si rivolse così ad Abu Mazen: “È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati a esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”.
Il ministro degli Esteri palestinese, dal suo canto, definisce l'intesa un accordo storico reso possibile solo grazie "al sostegno e l’impegno personale del Presidente Abbas e alla benedizione di Papa Francesco verso i nostri sforzi al riguardo; un segno di riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e dignità in un proprio Stato indipendente libero dalle catene dell’occupazione. Esso appoggia anche la visione a favore della pace e della giustizia nella regione, conformemente con il diritto internazionale, sulla base di due Stati che vivono uno accanto all’altro in pace e sicurezza sulla base delle frontiere del 1967". Una descrizione (un tantino autocelebrativa) che non mette troppo l'accento sulla necessità della pace come unica strada; ma che fa anche una importante promessa: e cioè che la Palestina "si impegna a combattere l’estremismo e a promuovere la tolleranza, la libertà di coscienza e di religione e a salvaguardare nello stesso modo i diritti di tutti i suoi cittadini”.
Israele, però, esprime "forte delusione e rammarico". Il ministro degli esteri israeliano (Emmanuel Nahshon) ha così commentato: “Questo passo affrettato danneggia le prospettive di far avanzare un accordo di pace e nuoce agli sforzi internazionali per convincere l’Autorità palestinese a tornare ai negoziati diretti con Israele”. E una nota minacciosa risuona nel comunicato con cui l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede fa sapere che “Israele studierà l’accordo in dettaglio e le sue implicazioni per la futura cooperazione fra Israele e il Vaticano” - sorvolando sugli intensi sforzi di avvicinamento che il Vaticano sta facendo da anni anche verso Israele stesso e per l'amicizia fra ebrei e cristiani
Un'amicizia che deve includere tutti; e per chiudere la galleria degli abbracci, ricordiamo ad esempio che Peres, a questo messaggio, non si è sottratto.

Ma è questo: ha sempre prevalso la politica della paura (che professano con gran successo, allo stesso modo, gli estremisti islamici quanto quelli israeliani), che prevede che ogni passo verso la reciproca comprensione sia una trappola pericolosa da cui guardarsi.

Non così, però, per i tantissimi israeliani, ed ebrei in tutto il mondo, che - così come tantissimo palestinesi - guardano giustamente al dialogo e alla pace come alla sola via d'uscita possibile.
Crediamoci! SCEGLIERE LA PACE SI PUO'.

venerdì 26 giugno 2015

Francia, Irak, Somalia, Tunisia. 26 giugno 2015

Cadere in ginocchio per la Francia, l'Irak, la Somalia, la Tunisia, oggi. Cadere in ginocchio davanti al mondo, ogni giorno.


Proprio come ieri - anche oggi in questa guerra globale e atroce sono le donne la principale carta di ogni Resistenza: sta nella presenza e nella forze delle donne la più grande speranza per l'umanità.

mercoledì 24 giugno 2015

Noi siamo qui per voi, in difesa della terra; voi sarete con noi, in difesa dei nostri diritti?

Noi siamo idealmente alla manifestazione che il 5 luglio avrà luogo in Canada. Un fatto che ci riguarda tutti molto da vicino - allo stesso modo di come ciò che avviene nel nostro fegato riguarda da vicino ciò che avviene nei nostri polmoni. 
Di questa lotta parla Wanda Nanibush, giovane operatrice culturale indigena:
Innanzitutto voglio riconoscere che siamo sul territorio governato dal Trattato One dish one spoon, trattato che definisce questa terra [la regione dei grandi laghi, ndr] come uno spazio che noi tutti dobbiamo condividere e del quale tutti dobbiamo prenderci cura. Questo è anche il territorio dei Mississauga e degli Haudenosaunee, e precedentemente c'erano anche i Ouendat e i Seneca, quindi voglio riconoscere tutti questi popoli. Voglio riconoscere anche i 90.000 indigeni che attualmente chiamano Toronto la loro casa. Infine, voglio riconoscere tutta la terra in Canada come terra indigena, e voglio riconoscerla come territorio condiviso con tutte le nazioni che sono giunte qui.
Oggi, voglio parlare del ruolo degli indigeni in questa lotta. Noi siamo in prima linea in questa battaglia, perché noi siamo i primi che sperimentano tutti i tragici effetti del cambiamento climatico. Noi siamo anche una fonte di strategie nel mettere a punto azioni per il clima perché noi conosciamo la terra intimamente, e siamo stati in prima linea nel pensiero sul cambiamento climatico da ben prima che gli stessi scienziati ne fossero coinvolti.

Quindi penso che dobbiamo mettere i diritti indigeni al centro di questo movimento.
Poiché i popoli indigeni stanno mettendo i propri corpi sul fronte che attraversa questo paese, nello sforzo di fermare cose come le sabbie bituminose, cercando di portare l'attenzione sull'allagamento delle loro terre causato dalle dighe idroelettriche, e facendo notare che il 70% di tutto l'uranio globale si trova nel territorio indigeno, quando guardiamo al nucleare come un'opzione, non è una grande opzione per noi – così, tutta questa conoscenza, in mano ai popoli indigeni, può realmente favorire i progressi delle nostre strategie.
Come Idle No More noi abbiamo presentato le voci delle donne, quelle delle persone dai due-spiriti e dei giovani. Questo ha veramente attivato voci che non erano parte di questo pensiero né parte della democrazia in Canada. Idle No More ha avuto davvero un incredibile ruolo nel sollevare la questione della democrazia e di come faremo a governare questo paese, e le sue voci davvero stanno per mettersi ai tavoli, al cuore di tutte le nostre lotte. Penso che tutte le lotte si riuniscano sotto i diritti degli indigeni.
Noi siamo qui per voi, in difesa della terra; voi sarete con noi, in difesa dei nostri diritti?
Vedi il video: Storie di resistenza delle donne indigene

venerdì 12 giugno 2015

Raif Badawi: basta tacere, è ora che anche i politici raccolgano la sua voce

Oggi, 12 giugno 2015, alle 18 appuntamento davanti all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma (via Giambattista Pergolesi 9). 
Perché oggi è venerdì, giornata "santa" in cui è annunciata la nuova fustigazione del giovane blogger condannato a 10 anni di galera e 50 frustate alla settimana per 1000 frustate totali (!).  E finalmente qualcuno, anche nel nostro sordo e autistico Parlamento, sente la voce di Raif Badawi. Nel silenzio generale, almeno la senatrice Laura Puppato si accorge di lui, annunciando presto una "interrogazione perché il Governo si attivi per sua liberazione".
Dice Puppato: "La settimana prossima depositerò un’interrogazione al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni perché riferisca sulla situazione del blogger saudita Raif Badawi, condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate. La ferocia della pena, di per sé inaccettabile, non trova ancor più nessuna giustificazione, visto che la ‘colpa’ sarebbe semplicemente quella di aver criticato alcuni membri del governo arabo. Chiederò che il governo si attivi in sede all’Unione Europea perché si facciano pressioni su Ryad al fine di liberare il blogger e di ricongiungerlo alla sua famiglia ospitata in Quebec. Ho voluto portare il tema in Senato anche grazie alle sollecitazioni di molti cittadini giustamente colpiti da questa vicenda: l'Europa, e l’Italia, non possono unirsi di fronte a Charlie Hebdo e poi disinteressarsi di fronte a Raif”.

giovedì 11 giugno 2015

Attualità di un impegno. Perché non possiamo non professarci ancora femministe

Con grande piacere, nel segnalarvi il nuovo trimestrale dell'Associazione Donne Magistrato Italiane, Giudice Donna, vi proponiamo un pezzo di Gabriella Luccioli, dal numero 2/2015 appena uscito:
Cosa vuol dire essere femminista oggi, ed in particolare che cosa significa per una generazione di giovani donne cresciute nel convincimento di non avere nulla da invidiare agli uomini e nulla per cui lottare, o quanto meno che questa lotta non è una priorità? Per molte di loro la parola femminismo ha anzi finito per assumere una connotazione negativa, quasi sinonimo di sterile protesta, di lamentazione, di intollerabile vittimismo. Da qualche tempo negli Stati Uniti ha grande diffusione l’hashtag #womenagainstfeminism, manifesto delle ultime generazioni di donne contrarie all’emancipazionismo delle loro madri, percepito come atteggiamento inutilmente rivendicativo.

Nella prospettiva delle sostenitrici di tale tendenza l’eguaglianza è già acquisita, e non vi è alcun bisogno di rivendicarla; ed è in ragione della definitività di tale traguardo che esse promuovono ed esaltano la libertà di ogni scelta di vita, come quella di dedicarsi alla casa e ai figli piuttosto che alla carriera, scrollandosi di dosso quel fastidioso fardello dell’impegno politico per la parità di genere tanto tenacemente coltivato dalle loro madri. La posizione delle giovani americane muove da un concetto di fondo: il femminismo pone le donne contro gli uomini, in una contrapposizione che non vogliamo e che non ci riguarda. Impostazione miope, a mio avviso: disparità salariale, sessismo, sfruttamento del corpo delle donne, disuguaglianza sociale sono totalmente rimossi dall’ orizzonte critico. Impostazione che non solo denota una completa ignoranza della storia del femminismo e delle tante battaglie che negli anni Settanta [e anche ben prima, ndr] hanno animato negli Stati Uniti e in Europa il dibattito politico e culturale, facendo emergere con forza i pensieri, i valori, la dignità ed i diritti violati delle donne, ma che appare altresì fondata sull’equivoco che donne e uomini rivestano gli stessi ruoli nella società, anche in quella statunitense.
Non risulta che tale movimento [antifemminista, ndr], caratterizzato da un approccio estremamente empirico, proprio della cultura statunitense, ai problemi, che disconosce provocatoriamente i frutti positivi, dei quali pur beneficia, delle lotte della generazione precedente, sia stato ripreso e conclamato nel nostro Paese. Sembra piuttosto di percepire nelle ragazze di casa nostra una lontananza inconsapevole dai problemi di genere, che non sfiorano il loro presente: una lontananza che le esonera da ogni impegno verso la parità, salvo più tardi sperimentare sul piano personale e ciascuna attraverso il proprio specifico percorso che la discriminazione esiste ancora nei luoghi di lavoro e tra le mura domestiche e che vi è un diverso prezzo da pagare per uomini e donne per la loro realizzazione professionale. Eppure recenti indagini e recenti statistiche dimostrano quanto sia ancora lungo il cammino da percorrere per una effettiva parità. Una delle donne più potenti del mondo, Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha affermato alcune settimane or sono che il 90% delle nazioni ha almeno una legge che limita il potenziale femminile ed impedisce alle donne di essere economicamente attive ed ha aggiunto che “in un mondo che ha tanto bisogno di crescita le donne possono dare un contributo se solo hanno di fronte a sé delle pari opportunità, invece di una insidiosa congiura” , mentre i paesi che privano le donne di opportunità si impoveriscono, rinunciando a dinamismo e benessere. Le parole della Lagarde erano dirette a commentare un importante studio realizzato dal FMN sui danni del sessismo, secondo il quale in oltre 40 nazioni, tra cui molte ricche ed avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale a causa delle discriminazioni contro le donne, con oscillazioni dal 5% del PIL perduto negli Stati Uniti al 34% in Egitto. 

In questa classifica l’Italia si colloca in una posizione intermedia, scontando una perdita del 15% del PIL potenziale, ossia tripla rispetto agli Stati Uniti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) le donne in Europa sono più istruite degli uomini, ma sono pagate di meno: la differenza di stipendio tra i sessi oscilla da un minimo di cento euro ad un massimo di settecento euro al mese. In particolare, con riguardo ai lavori non specializzati, le donne guadagnano cento euro in meno degli uomini con le stesse mansioni. Altre ricerche hanno evidenziato che corrisponde a novemila miliardi di dollari l’anno la ricchezza non realizzata nel mondo per essere tante donne e tante ragazze costrette a contentarsi di un piano B, ossia di una soluzione di ripiego non adeguata al loro talento ed alle loro capacità, ma ritenuta tanto più compatibile con i loro impegni di cura domestica. Quanto al nostro Paese, ci si compiace del dimezzamento, nell’ultimo semestre, delle donne assassinate da 72 a 36, trascurando il dettaglio che quegli stessi numeri evidenziano la commissione di sei femminicidi al mese. È inoltre una realtà anche italiana, peraltro comune a moltissimi altri Stati, il divario retributivo tra uomini e donne, a parità di responsabilità e di mansioni: si tratta di un fenomeno odioso, contro il quale si è di recente levata anche la voce di Papa Francesco. Le donne sono altresì più facilmente licenziate ed assunte con contratti a termine e dimissioni preformate per l’ eventualità di gravidanze. Il Parlamento europeo ha votato nello scorso marzo una risoluzione sulla parità tra donne e uomini nell’ Unione Europea nel 2013 presentata dall’eurodeputato belga Tarabella, diretta a sollecitare un miglioramento delle politiche per il raggiungimento della parità di genere. Tale risoluzione prospetta alcune sfide e pone alcuni fondamentali obiettivi da conseguire nei prossimi anni, invitando la Commissione e gli Stati membri “a tenere conto della prospettiva di genere del diritto delle donne nell’ elaborazione delle loro politiche e nelle loro procedure di bilancio, in particolare nel quadro delle politiche di stimolo, procedendo sistematicamente a valutazioni di impatto secondo il genere”, evidenziando l’impellente necessità di ridurre il divario retributivo e pensionistico, richiedendo il migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, promuovendo il congedo di paternità retribuito di almeno dieci giorni, invocando misure volte ad incoraggiare e sostenere l’azione degli Stati membri sul piano della violenza contro le donne, ribadendo in relazione al diritto alla salute che le donne devono avere il controllo della loro salute sessuale e riproduttiva ed essere informate adeguatamente sui loro diritti e sui servizi disponibili. Un decalogo a tutto campo e di grande respiro politico, del quale non appare traccia nel dibattito culturale che anima il Paese né nell’agenda degli impegni governativi e parlamentari. In questo quadro di riferimento non può non restare intatto, ed anzi si pone come necessità civile ineludibile, l’impegno delle donne a cambiare le tante cose che sono ancora da cambiare, rifuggendo da ogni trattativa al ribasso: dalla trasmissione obbligatoria del cognome paterno alla persistente violazione del corpo femminile, dalla pubblicità che offende le donne all’uso sessista del linguaggio, dalla declinazione sempre al maschile di termini che ben possono essere tradotti al femminile alla scarsa presenza delle donne nei centri di potere ed al vertice delle istituzioni. Su quest’ultimo punto è diffuso il convincimento, basato sul falso presupposto che donne e uomini sono uguali, che sia del tutto indifferente che a tenere le leve del comando sia una persona dell’uno o dell’altro sesso. È evidente l’erroneità di tale posizione, che da un lato non percepisce che la presenza femminile è una necessità democratica, e non un optional, dall’altro lato porta all’inaccettabile risultato di una macroscopica carenza di donne nei centri decisionali. 
Questa carenza, che conferma con la forza inconfutabile dei numeri l’ insufficienza dell’uguaglianza meramente formale, ha indotto la politica ad intraprendere azioni dirette alla promozione di pari opportunità tra donne e uomini, così da raggiungere risultati di pari rappresentanza in tutte le cariche ed in tutte le istituzioni. Eppure di tali strategie e di tali finalità pochi uomini sembrano essere consapevoli, anche all’ interno della magistratura. Le nostre diversità per biologia, per storia e per esperienza esigono che il concetto di eguaglianza sia declinato in modo includente le differenze non solo fisiche, ma anche di cultura, di stile, di valori di riferimento. E su tale fronte è necessario l’impegno delle magistrate, mettendo in campo quella attenzione e quella sensibilità affinate negli anni verso tutti i segnali di sessismo che molte persone non vedono, denunciando gli stereotipi che tuttora ostacolano un corretto rapporto tra i sessi e contestando quelle pratiche che attraverso criteri di selezione apparentemente neutri finiscono con il penalizzare le donne nel loro percorso professionale. Ciò vale anche a dire che resta intatto l’impegno, nella sfera privata, a continuare a batterci perché le nostre figlie non soffrano i sensi di colpa per i tempi sottratti alla famiglia, le incertezze, le fragilità ed i timori che hanno accompagnato il nostro cammino, e perché d’altro canto i nostri figli conoscano la naturalezza della condivisione dell’attività di cura, alleggerendo le donne di quel pesante fardello ed aiutandole a sfuggire all’ eterno dilemma della distribuzione dei tempi tra il lavoro e la famiglia ed a sperimentare la diversa qualità di una vita che valorizzi in pieno i loro talenti.
Gabriella Luccioli


lunedì 8 giugno 2015

Chi si muove per Raif Badawi?

I nostri parlamentari paiono sordi riguardo al caso scioccante di Raif Badawi, giovane blogger saudita condannato per "blasfemia" a 1000 frustate e 10 anni di carcere. 
Mille frustate da comminare a 20 dosi settimanali di 50 ciascuna. 50 frustate?? ricordiamo qui che, anche nei più truculenti film di Mel Gibson - e come anche ci ricorda questo blog, il Cristo stesso ne subì solo 33. E come la storia ci insegna ne fu quasi ammazzato. E infatti anche Raif, dopo le prime 50 (il 9 gennaio scorso) è quasi morto. Prima di procedere alla seconda tornata di questo orrendo crimine, un medico ha stabilito che il suo corpo non poteva sostenerle, era necessario rimandare l'abuso. Chi difende Raif? chi ancora si indigna davanti a barbarie che solo un decennio fa, qui in Occidente ci sarebbero sembrate inverosImili? la gente. I blogger. Gli attivisti per i diritti. 
E i politici??
Qualcosa in Europa si muove. Una lettera che invita l'UE ad agire è già stata firmata da oltre 100 parlamentari europei.
Glenis Willmott, Deputata laburista dell'East Midlands, ha dichiarao: "Raif Badawi è stato costretto a sopportare ciò che può essere descritto solo come tortura pubblica e tutto per aver criticato su un sito web le autorità religiose in Arabia Saudita. Nell'Unione europea siamo per la libertà di parola e perché sia posta fine a tutte le punizioni barbariche. Per questo dobbiamo condannare fortemente questa tortura. La libertà di espressione è uno dei valori fondamentali dell'UE; invito chiunque condivida le mie preoccupazioni di unirsi a me nel chiedere che l'UE intervenga subito". La migliore è stata la ministra svedese Margot Wallström, che per protesta ha annullato lucrosi contratti militari che erano già stipulati con l'Arabia Saudita.
E in Italia?

venerdì 5 giugno 2015

Concorsi di bellezza nelle Università? ci appelliamo alla Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane

Egr. Patrizia Tomio, presidente Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane 
e p.c. alla Ministra Giannini e alla Consigliera di Renzi per le P.O. Martelli
Gentile Professoressa Tomio,
la presente per sollecitare una presa di posizione pubblica e ferma dell’organismo da Lei presieduto nei confronti dell'attuale rettore (il minuscolo non è un refuso) dell’Università La Sapienza di Roma [che ha ufficialmente promosso l'imbarazzante concorso a "Miss Università" 2015, dall'imbarazzante titolo "la studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani", ndr].
Siamo sorprese che questo non sia già avvenuto e ci aspettiamo che anche la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane si esprima in merito.
La nostra associazione si occupa da anni anche di sessismo ma quanto è successo supera quanto abbiamo visto finora: il Rettore di un’università che non solo presiede un concorso di bellezza  - oltretutto sponsorizzato da un centro di chirurgia estetica - ma che inoltre, di fronte al clamore mediatico che questa sua azione provoca, si rifiuta di assumersi la responsabilità del suo operato.
Per quanto ci riguarda, il rettore della Sapienza si deve dimettere. Per questo abbiamo firmato e fatto circolare la petizione  “La bellezza all’università non deve contare. Eugenio Gaudio dimettiti” che, conta già oltre 27.000 sostenitori.
In attesa di Suo cortese riscontro,
distinti saluti.
La Presidente, Donatella Martini
Milano, 05.06.2015

C'è da dire che, tempestivamente, la prof. Tomio aveva già duramente commentato l'iniziativa; e lei stessa immediatamente auspicato quanto richiesto da questa lettera. Questa la sua dichiarazione, riportata da L'Internazionale: "Mentre gli organismi di parità e le/i delegate/i del rettore/rettrici per queste tematiche svolgono un quotidiano e faticoso lavoro all’interno degli atenei, impegnandosi sul piano scientifico, didattico e culturale, per promuovere il superamento delle asimmetrie nella rappresentanza di genere, nella formazione, nelle carriere all’interno dell’università, ci troviamo di fronte a manifestazioni che sembrano rimettere in discussione quanto realizzato in questi anni, lo sforzo per rimuovere stereotipi, il dialogo con la componente studentesca per una sensibilizzazione su questi temi. Prendiamo atto, con comprensibile rammarico, del coinvolgimento dei vertici di una grande università in questa iniziativa e ve ne diamo notizia, anche per raccogliere suggerimenti per una presa di posizione pubblica da parte della conferenza nazionale, eventualmente anche presso la Conferenza dei rettori delle università italiane".

Ora però è necessario che si esprimano, in via ufficiale, anche gli organismi interessati. Ringraziando Patrizia Tomio, ci associamo dunque alla lettera di DonneinQuota. L'imbarazzante titolo la studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani offensivo per le donne, evoca imbarazzanti associazioni di idee - offensive per gli asini. 
e solo a noi, il fatto che un rettore si presti a un'iniziativa di così basso livello, sponsorizzata da chirurghi plastici, fa sorgere anche imbarazzanti dubbi sulle ragioni che devono averlo spinto a farlo?
Ma in conclusione: concorsi di bellezza nelle Università un corno. Punto e basta.

martedì 2 giugno 2015

2 giugno, Festa della Repubblica. Un giorno che senza il voto femminile sarebbe oggi molto diverso

Il 1 febbraio, nel 1945, fu finalmente riconosciuto, in Italia, il voto alle donne. Una conquista raggiunta solo grazie alla dolorosa esperienza della Resistenza e al ruolo che le donne vi dovettero, e poterono avere. Circa un anno dopo, dopo il Referendum, fu finalmente proclamata la Repubblica. Nessuno dice mai che, senza quel voto alle donne, ci sono grandi probabilità che la Monarchia sarebbe rimasta al suo posto, e la storia sarebbe andata diversamente. Allo stesso modo, senza le Madri Costituenti, non solo gli art. 3 e 51, che semplicemente non esisterebbero; ma la nostra Costituzione nel suo insieme sarebbe oggi molto diversa, e più lontana da quel modello di modernità del diritto che ancora oggi rappresenta. 

A breve questa Repubblica compie 70 anni; un anniversario a cui, diciamolo, giunge malconcia. I suoi fondamenti hanno subito, e continuano a subire, gravi attacchi. Oggi ricordiamolo: le donne hanno fondato la Repubblica.


Siano ancora, in prima linea, a difenderla.

Buona Festa della Repubblica a tutti e tutte.