giovedì 29 gennaio 2015

Verso il 50e50: al Senato la democrazia paritaria fa un passo in avanti con il nuovo Italicum

Non entriamo nel merito della legge nel suo complesso, ma una cosa bisogna ammetterla: l'Italicum non è più (solo) a misura del maschio italico

Con le nuove misure (che in buona parte hanno accolto le proposte di Valeria Fedeli) donne e uomini,  nelle liste, affronteranno la competizione elettorale quasi alla pari. La nuova legge elettorale votata al Senato ha infatti profondamente riscritto il testo originario dell’Italicum.  
Le liste saranno formato al 50% da candidate e candidati che si alterneranno nell’ordine di una a uno o viceversa, pena l’esclusione della lista. Il corpo elettorale potrà esprimere oltre al voto per la lista anche le preferenze col doppio voto di genere. Chi esprimerà la preferenza per una donna potrà usare la seconda solo per  un uomo o l'inverso. Sarà bloccato ed eletto senza preferenza solo la o il capolista. Nella scelta che ciascun partito farà nell’indicare le/i capilista nessun genere potrà essere rappresentato oltre il 60%. Questo spiega il “quasi alla pari” che ho usato. E’ infatti mancato il coraggio, la volontà politica e la coerenza del 50e50 dimostrata invece con le liste, l’alternanza dei candidati e la doppia preferenza di genere.
E’ comunque un importante e positivo passo in avanti rispetto al testo varato dalla Camera, dove gli emendamenti per la parità presentate dalle deputate di quasi tutti gli schieramenti politici erano stati bocciati con il voto segreto. Richieste che le deputate prima e le senatrici dopo hanno fatto proprie grazie ad un prezioso raccordo e battaglia comune con le donne di associazioni, movimenti e gruppi. Prima fra tutte l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che raccoglie oltre 50 associazioni, gruppi e reti di donne e che si prefigge l’eguaglianza della presenza delle donne nelle istituzioni .
Le senatrici, determinate e agguerrite come erano state le deputate, sono stavolta riuscite a fare breccia nella maggioranza. L’emendamento (prime firmatarie Valeria Fedeli e Monica Cirinnà), appoggiato in modo trasversale dalle senatrici, è stato in parte recepito nel maxi emendamento presentato dalla maggioranza (prima firmataria Anna Finocchiaro) che ha ottenuto il sì dell’Aula. I fan del termine quote, possono dire, con qualche fondamento, che le attuale quote celesti del 70% in parlamento, hanno ricevuto un colpo.
Insomma il sistema elettorale proporzionale-maggioritario e con le preferenze uscito dal Senato è profondamente diverso da quello votato a marzo dalla Camera. Non solo per quel che riguarda la Democrazia paritaria. Come spiega la giornalista Angela Bianchi nel servizio di Rai Parlamento, queste le principali novità: 
La soglia di ingresso dei partiti a Montecitorio è scesa dall'8 al 3%. Così la percentuale che assegna il premio di maggioranza (340 seggi su 630) che passa dal 37 al 40%. Altrimenti c'è il ballottaggio tra le prime due liste, e non più tra le coalizioni come previsto nella prima versione. I collegi saranno 100, nei quali ciascun partito presenta una lista di 6/7 nomi. Punto di polemica è stato il capolista bloccato, nominato dal partito, mentre gli altri verranno eletti con le preferenze. L'elettore potrà esprimerne massimo due, e alternate per sesso. Se non sarà rispettata questa regola, la seconda preferenza verrà annullata. Ogni capolista potrà candidarsi in 10 collegi. E ogni partito non potrà candidare più del 60% dei capolista dello stesso sesso. Anche la scheda elettorale verrà modificata. Così come, alle elezioni, insieme al simbolo dovrà essere depositato anche lo statuto del partito. Per la prima volta sarà consentito il voto agli italiani temporaneamente, almeno da tre mesi, all'estero per motivi di studio, di cura, di lavoro. L'entrata in vigore della legge, la cosiddetta clausola di salvaguardia, è prevista il 1 luglio del 2016.
Cinzia Romano

martedì 27 gennaio 2015

La Memoria. Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e contro i diversi di ogni genere

La memoria è necessaria: dobbiamo ricordare, perché le cose che si dimenticano possono ritornare (Mario Rigoni Stern). Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e anche contro gli zingari, gli omosessuali, le lesbiche, i non-ariani: i diversi di ogni genere.
La persecuzione colpisce i diversi - e dunque le donne stesse. Che - come i gay dichiarati - sono le  diverse per eccellenza dal maschio dominatore. Riconoscere  questo tiene lontani da dichiarazioni negazioniste come quelle di chi arriva a sostenere che "il nazismo fu largamente rappresentato dai gay perché c'erano gay nazisti nei vertici" (!): no, sig. Giovanardi: i veri diversi-dal-maschio-dominatore sono i gay dichiarati e quelli non sarebbero mai stati in quei vertici; solo gli striscianti traditori di se stessi; e lo stesso vale per le donne. Perché… 
C'è dunque la memoria, e  poi c'è anche il necessario portare alla luce quello che è rimasto oscuro - per esempio la particolare brutalità che il nazismo ha dedicato - indistintamente - alle donne. E che ancora dedica loro, sempre e ovunque, come ogni ideologia autoritariaIl nazismo come l'Isis - in tutto e per tutto: alle donne le peggiori torture e la certezza dei più orrendi abusi sessuali. Dove c'è brutalità, le donne sono sempre le vittime privilegiate, poste all'apice dell'attenzione e di tutte persecuzioni. Ad esempio.
L'ordine venne da Heinrich Himmler nel 1942: istituire bordelli nei campi di concentramento nazisti. Destinati non agli ufficiali delle SS (che già godevano di altri svaghi), ma ai prigionieri. Un «premio» - questa fu l' idea, copiata dai gulag di Stalin - che potesse incrementare la loro «produttività». Tra il 1942 e il 1945 furono così creati dieci bordelli: anche ad Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Neuengamme, Buchenwald. Eppure, di questa pagina del terrore nazista, di quest' appendice non marginale d' obbrobrio del «sistema campi di concentramento» quasi nulla è stato finora pubblicato. 
Das Bordell Kz, di Robert Sommer, 35enne ricercatore cresciuto nella Germania dell' Est, è il primo vero studio sul tema. Qualcosa era già emerso, soprattutto nei primi anni dopo la guerra, quando i «bordelli», le «forzate della prostituzione» compaiono in alcune memorie dei sopravvissuti. Ma è negli anni Cinquanta, quando l' esperienza dell' Olocausto in Germania cominciò a sedimentarsi in forme di memoria condivisa - dice lo storico Hartmut Böhme - che le «schiave del sesso» restarono fuori dal canone delle «vittime» ufficiali. Né aiutò il grande sforzo di memoria compiuto dalla generazione del Sessantotto, che costrinse la Germania a confrontarsi col suo passato nazista, seguendo però altre priorità politiche. L' oblio fu il destino di queste donne. Come successe alle decine di migliaia di berlinesi stuprate dai sovietici nell' aprile-giugno 1945, rimosse per fastidio e vergogna dalla coscienza collettiva, finché il bellissimo libro Una donna a Berlino, il diario, scoperto e pubblicato da Hans Magnus Enzensberger, di una moglie stuprata a ripetizione, che neanche dopo la morte volle che venisse svelato il suo nome, diventò un caso editoriale nel 2002 [Ma ricordiamo anche, ad esempio, "la baracca dei tristi piaceri", ndr]. Sommer ha esaminato documenti in Germania, Austria, Polonia, Stati Uniti. Ha cercato le donne, ne ha trovate alcune, ma pochissime hanno accettato di raccontare. Durante la guerra, erano almeno duecento. Auschwitz arrivò a «impiegarne» 21. Non erano, in nessun caso, ebree, ma tedesche «asociali», slave, rom. 
E del resto, dalla «ricompensa» gli ebrei erano esclusi, il «piacere» era riservato a detenuti politici, prigionieri di guerra, kapò, insomma a quella che agli occhi delle SS era l' élite del lager. Per di più, gli «accoppiamenti» venivano decisi su base razziale, slavi con slavi, tedeschi con tedeschi. «Per quanto assurdo possa sembrare - dice Sommer - i bordelli facevano parte integrante dell' ideologia razziale hitleriana. Non solo, ma vi si applicavano con coerenza anche le sperimentazioni mediche, gli aborti forzati, le manie igieniste dei nazisti». 
Le ragazze, di norma, venivano reclutate nella prigione femminile di Ravensbrück, età media 23 anni. Quelle selezionate venivano nutrite, visitate dai medici, «ricostruite». Taglio di capelli e ritorno agli abiti civili: ad Auschwitz oltre alle camicette (proprie) ricevevano in dotazione anche corte gonne di lino bianco. Spesso veniva loro promessa la libertà dopo sei mesi, ma questo non avveniva mai. Vivevano nei Sonderbauten, speciali baracche con acqua calda e bidet. Ricevevano anche cibi migliori, frutta, e una porzione di carne quasi ogni giorno. Tutto nei Sonderbauten veniva regolato da una rigida burocrazia. Le visite avvenivano la sera durante la settimana, solo la domenica tutto il giorno. I detenuti prima d' incontrare le ragazze dovevano farsi il bagno, la stanza d' attesa era una sala medica, dove venivano periodicamente esaminate. 
Qui il libro, mentre riporta con dovizia di particolari la routine quotidiana, e ricostruisce dai registri, con la precisione dello storico, la vita del bordello, davvero commuove. E si capisce perché, doppiamente umiliate, uscite dai lager queste donne abbiano taciuto. «È un' altra dimensione del terrore nazista - dice Sommer - Nei bordelli si costringevano le vittime a diventare a loro volta carnefici delle donne». 
Con sistematico puntiglio - sostiene Sommer - secondo un preciso disegno. Mara Gergolet, 2009  

domenica 25 gennaio 2015

Quelle donne uccise nelle piazze delle rivoluzioni tradite, ieri e oggi

Lei si chiamava Sondos Reda Abu Bakr e aveva solo 17 anni. L'altra lei si chiamava Shaima El Sabbagh: ne aveva 34, e aveva un bimbo di 5 anni; e portava in mano dei fiori. 
Loro le hanno freddate con due colpi, si direbbe deliberatamente e a sangue freddo. Tutto ciò nell'anniversario della rivoluzione egiziana del 2011; che fu purtroppo seguita dalla vittoria dei Fratelli Mussulmani, il cui presidente, Morsi, è stato presto spodestato dal colpo di Stato che ha insediato in sua vece una giunta militare. Sono state loro le prime vittime di un anniversario che ha poi portato a un bilancio gravissimo, con molti morti e feriti.

Quella nella foto è Shaima: nell'istante in cui sta per crollare a terra morta, inutilmente soccorsa da un ragazzo che cerca di sostenerla.
L'altra lei ha solo 11 anni, è rimasta solo gravemente ferita, e non ne conosciamo il nome.
Hoda Abdel-Moneim, portavoce della coalizione rivoluzionaria delle donne egiziane, ha protestato contro i continui crimini della polizia contro le donne, e condannato la giunta militare "per l'implacabile campagna di crimini brutali contro le figlie patriottiche dell'Egitto", dichiarando alla stampa che questo omicidio a sangue freddo arriva proprio nel momento in cui, si suppone, il regime festeggia un anniversario (25 gennaio 2011) spazzato via dal colpo di stato: "il messaggio della giunta militare a tutti i rivoluzionari è dunque che il colpo di stato è stato fatto solo per uccidere e stroncare la rivoluzione, eliminando ogni manifestazione rivoluzionaria in patria, anche quelle altamente civili e dignitose, salutate come benvenute da tutto il mondo. Gli uomini e le donne della rivoluzione dovrebbero rispondere a tale messaggio persistendo nella loro attività rivoluzionaria, che da quattro anni non si placa, per eliminare tirannia, dispotismo e oppressione, e per liberare l'Egitto dalla regola militare autoritaria repressiva". 
D'accordo su tutto... Ci convince molto meno la fiduciosa conclusione di Hoda: "mentre assistiamo a sempre più crimini da parte della giunta contro le ragazze e le donne d'Egitto, tutti apprezziamo la grandezza e nobiltà del legittimo eletto Presidente, il cui messaggio al popolo di Egitto incoraggia e promuove il rispetto per le donne [???, ndr]. Ciò induce tutti a sostenere il Presidente Morsi e a fare ogni sforzo per ripristinare, a qualunque costo, la legittimità che lui rappresenta".
Che l'alternativa proposta alla giunta militare sia un Presidente pro-sharia non può tranquillizzare nessuno.. o meglio, nessuna. Purtroppo, se fatto fuori un dittatore se ne fa un altro, se quell'altro è "religioso" si cade dalla padella nella brace. Perciò - con quel che abbiamo già visto in Irak e in Siria, quel "a qualunque costo" ci tranquillizza ancor meno.
E di tutto ciò una cosa fa veramente paura: che dietro a tutto ciò ci siano affari tali, per cui gli Stati della democrazia, quelli che a parole sanno tanto bene condannare e tracciare spartiacque, veri passi di diplomazia e di pace non ne sanno fare, né vogliono e possono farne. E' questo il vero ordine di problemi con cui è ora di cominciare a misurarci.

Young Women Network invita a un incontro per imparare a parlar bene in pubblico

Giovedì 29 gennaio 2015 alle 18.30 al Vodafone Village di Milano (Via Lorenteggio, 240) si terrà un incontro sul tema Public speaking. L’arte del comunicare, nell'ambito degli incontri Young Women Network rivolti a giovani donne che vogliono migliorare le proprie risorse in ambito lavorativo.
Gli incontri sono promossi dall'associazione di promozione sociale Young Women Network (per saperne di più su YWN) con Vodafone Italia: “il rapporto di collaborazione con Vodafone è nato dall’incontro con Mariagrazia Bizzarri, Head of HR Commercial di Vodafone Italia, in occasione di un evento YWN a cui ha partecipato come speaker” dice Alessandra Bernini, Financial Manager di Young Women Network. “La partnership tra YWN e Vodafone rappresenta la conseguenza spontanea di una condivisione di valori quali l’importanza di valorizzare le potenzialità dei giovani e di sviluppare un network eterogeneo”.
Il workshop sul public speaking
Nelle moderne società della comunicazione, la forma conta quanto il contenuto. Vale lo stesso per un qualsiasi discorso pubblico: non basta curare i contenuti, bisogna anche comunicarli in modo efficace. Una competenza che non è più appannaggio solo di politici navigati e speaker professionisti, ma è ormai necessaria a chiunque: per superare con successo un colloquio di lavoro, proporre un’idea innovativa o chiedere un aumento di stipendio, per esempio.  Il workshop del 29 gennaio (promosso da YWN e Vodafone) è preceduto da un un aperitivo di benvenuto per favorire la condivisione e il networking tra le partecipanti.
Ad aprire l’incontro sarà Chiara Laudanna (Head of Organization, Development and Resourcing di Vodafone Italia), che introdurrà l’ospite Benedetta Arese Lucini. Benedetta condividerà la sua esperienza personale e professionale di general manager in una realtà dinamica e innovativa quale Uber. Partendo dal racconto della giovane manager, il giornalista e media trainer Nicola Bonaccini fornirà consigli su come imparare a parlar bene in pubblico. “L’idea è di affrontare il public speaking da due punti di vista”, spiega Teresa Budetta, presidente di Young Women Network. “Da un lato la giovane manager che, in un contesto amichevole e colloquiale, racconta la sua esperienza professionale e umana. Dall’altro, un esperto che analizza il modo di comunicare della manager, dando alle partecipanti trucchi e consigli pratici per migliorare le loro capacità di parlare in pubblico. Una competenza chiave e utilissima per le giovani donne a inizio carriera, che costituiscono il target di YWN”.
Dice Mariagrazia Bizzarri: Vodafone sostiene il talento femminile attraverso iniziative concrete di formazione e mentorship per offrire alle donne la possibilità di lavorare sull’autoconsapevolezza e sul proprio percorso di carriera. L’attenzione al gender balance per noi rappresenta un vantaggio competitivo che facilita il raggiungimento degli obiettivi di business”.

mercoledì 21 gennaio 2015

Auguri Marisa Rodano: attiva più che mai al fianco delle donne

Oggi è il compleanno di Marisa Rodano: un ottimo giorno per ringraziarla di essere sempre stata al fianco delle donne nel passato e di esserci ancora (oggi attraverso l'importante lavoro dell'Accordo di Azione Comune), più vigile che mai. 
Mentre si discute la nuova legge elettorale, mandando un monito al parlamento perché non faccia un passo indietro, le dedichiamo un pensiero affettuoso prendendo a prestito le sue stesse parole, in questa intervista di Maria Serena Palieri, che inizia con il noto dubbio: perché le ragazze italiane di oggi sembrano (spesso) rifiutare l’eredità del femminismo? 
La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono paritariamente coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo. Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima c’era: "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln. 
Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi? «Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito». 
Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica? «Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza». 
Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare? «I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».
La Chiesa? «Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione». 
Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46.
Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci? [in proposito reinviamo anche a questa cruciale testimonianza di un'altra che c'era allora, e ancora oggi combatte come una leonessa, ndr] «Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente». Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... 21 donne su 556, solo 5 di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza? «Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro.  Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata». 
Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli? «Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».  Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile? «Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo». 
Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?  «Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non poté essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci». 
"Emancipazione" è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?  Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale…
C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

lunedì 19 gennaio 2015

Contratto di servizio Rai: lettera pubblica al Ministero dello Sviluppo Economico

Riguardo al Contratto di Servizio Pubblico (e privato):
Gentile Ministra Guidi,
come associazione che lavora da anni sul tema della rappresentazione delle donne nei media, siamo consapevoli che servano regole precise per arginare il sessismo.
In particolare per quanto riguarda la televisione pubblica, sappiamo che la RAI deve firmare ogni tre anni, con il Suo Ministero, il Contratto di Servizio Pubblico. A questo proposito, ci risulta che la nuova edizione del suddetto contratto, scaduto alla fine del 2012, non sia ancora firmata nonostante abbia superato anche il vaglio della Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi a maggio 2014. L’argomento ci interessa particolarmente perché abbiamo contribuito alla nuova edizione del contratto, dapprima inviando all’ex Viceministro Catricalà le nostre osservazioni, che abbiamo anche discusso successivamente durante un incontro avuto il 2 settembre 2013, e poi siamo state audite dalla Commissione sopra citata l’8 gennaio 2014.
Ci riteniamo soddisfatte del risultato raggiunto e possiamo sostenere che, se già il Contratto di Servizio scaduto conteneva per la prima volta nella storia della tv pubblica alcuni emendamenti sull’immagine della donna in televisione, la nuova edizione ha fatto un progresso verso una rappresentazione delle donne meno stereotipata e più attenta alla realtà. Auspicando quindi che il nuovo contratto venga firmato quanto prima, attendiamo da Lei notizie in merito. 
Riteniamo però che anche le televisioni private debbano essere considerate.
ll Suo Ministero, nell’ambito della task-force istituita presso il Dipartimento delle Pari Opportunità per la redazione del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, è stato delegato a coordinare il Sottogruppo Comunicazione e rappresentazione dell’immagine femminile nei media ed ha elaborato sia una bozza di codice di autoregolamentazione, sia delle linee guida (art. 5 comma b, legge n° 119 del 15/10/2013), effettuando altresì pubbliche audizioni, in merito alle quali abbiamo inviato un nostro contributo. 
Ci permettiamo quindi di sollecitare la ripresa dei lavori affinché siano portati a compimento nel più breve tempo possibile e restiamo a sua disposizione per eventuali chiarimenti.
In attesa di una Sua gradita risposta, porgiamo distinti saluti.
Milano, 18.01.2015, DonneinQuota

Al Ministero Sviluppo Economico, cortese attenzione di: Ministra Federica Guidi
e per conoscenza a:
• Sottosegretario Antonello Giacomelli
• Viceministri Carlo Calenda e Claudio De Vincenti
• Presidente del Consiglio Matteo Renzi
• Consigliera in Pari Opportunità Giovanna Martelli

sabato 17 gennaio 2015

Ci voleva Janet Yellen perché l'economia mondiale si ponesse finalmente il problema della giustizia sociale

Si, ci voleva lei: una donna a capo della Federal Reserve. Ecco, questo è il dashboard di quella che da esattamente 1 anno è presidente della potentissima Banca Centrale degli Stati Uniti, e come tale la voce economica più potente del mondo. 
Janet Yellen è la prima presidente donna nella storia della Federal Reserve.
Una donna che, ricordiamo, era in lizza per quella posizione con Larry Summers.

Si, quello che ebbe a dichiarare che le donne, a causa della loro conformazione del cervello, non sono in grado di dominare le materie scientifiche (e dunque l’economia). 

Che smacco, povero Summers! Proprio lui, scalzato dalla prima  donna al mondo in grado di spezzare uno fra i più duri soffitti di cristallo al mondo..
E - possiamo dirlo - con risultati a dir poco interessanti, a un solo anno di distanza. 
Una donna, ricordiamo, che fu anche fortemente osteggiata nella sua candidatura: tanto che gruppi conservatori arrivarono perfino a promuovere una petizione per metterla fuori gioco.
Tentativi prontamente bilanciati da molte contro-petizioni, fra cui una lettera in suo favore scritta per iniziativa dell'Iwpr (Institute for Women's Policy Research), e firmata da ben 400 economisti. E così, alla faccia di conservatori e maschilisti, la Yellen è lì.
E da quando sta su quella poltrona spinge i mercati finanziari a rivedere tutti gli assunti che, dominando il pensiero economico negli ultimi 40 anni, ci hanno portato dove siamo ora: e cioè non proprio a vette luminose. E tra i cambiamenti più notevoli c'è lo smettere di temere, anzi addirittura accogliere positivamente, l'ipotesi di una vera crescita dei salari reali (cioè la loro crescita al di sopra e al di là del tasso di inflazione).

Sembrerebbe logico che sia così! ma in effetti è proprio il contrario, perché la crescita dei salari reali è stata per decenni uno spauracchio, qualcosa visto solo come un grosso problema: come segnale di allarme di inflazione e  motivo per alzare i tassi). Per approfondire quanto sopra, rimandiamo a questa chiara spiegazione.
A dire il vero, il linguaggio economico non è mai molto chiaro. Anche se proprio l'economia dovrebbe misurare le condizioni di vita delle persone, i trader statunitensi e gli economisti di Wall Street (quelli che pendono da dati quali tassi di crescita del PIL, aggiornamenti sugli ordini di beni strumentali, prestiti commerciali e industriali, tassi di utilizzo della capacità produttiva ecc) non dicono mai nulla di concreto su come se la stiano passando le famiglie (in questo caso americane). Anche dal rapporto mensile sui posti di lavoro non si trae una visione chiara: infatti un tasso di disoccupazione in calo può significare più assunzioni (bene) o più persone buttate fuori dal mercato del lavoro (male); ma, se peggiorano le condizioni di lavoro e di salario, la crescita di assunzioni non sempre significa che le persone stiano meglio.  

Nell'ultimo anno, però, qualcosa è cambiato riguardo agli indicatori tenuti d’occhio a Wall Street: prende piede un nuovo indice, semplice e chiaro, sulla salute delle famiglie americane: quello del salario.
Citando da Quartz:
La nostra attenzione va su altri indicatori principali della crescita dei salari (analisti economici Morgan Stanley, 8 agosto);
il fattore chiave da mettere a fuoco è il salario... (analisti azionari Credit Suisse, 13 agosto 2014);
il salario reale medio del lavoratore dipendente non sta andando da nessuna parte (analisti dei titoli a reddito fisso, Credit Suisse, 14 agosto);
Gli attori del mercato stanno esaminando una serie di indicatori salariali per valutare le prospettive di crescita dei salari... (Analisti economici RBS, 15 agosto).
Non se ne parla ancora abbastanza, e comunque questa nuova attenzione di Wall Street per il destino finanziario dei lavoratori si deve a lei, la Yellen. Sempre Quarz, nel pezzo già citato, scriveva che la FED di Janet Yellen è più rivoluzionaria di quanto sia mai stata quella di Ben Bernanke: spiegando come la nuova presidente abbia non solo focalizzato la propria attenzione sull'occupazione, ma anche riportato nel dibattito economico concetti che erano stati azzerati, come appunto l’aumento dei salari e la curva di Phillips. Del resto Janet Yellen punta il dito (finalmente e come altri non hanno mai fatto) sul legame tra politica monetaria e disuguaglianza:
E, dichiarando tutta la sua preoccupazione per l’aumento delle diseguaglianze economiche, smonta l’idea che la politica monetaria possa essere neutra, sostenendo anzi che essa ha sempre effetti distributivi: ha dunque azione diretta sull’aumentare o ridurre le disuguaglianze.
E, come osserva eunews, è un segnale importante, e storico, che la Federal Reserve si ponga il problema di come intervenire in prima persona per mitigare l’ingiustizia sociale. Qualcosa che dovrebbe ispirarci a fare pressioni anche sulle banche europee.

Dopo un solo anno di mandato, il lavoro della Yellen vede risultati positivi sia dal punto di vista del Pil sia da quello dell'occupazione, visto che il numero dei senza lavoro è sceso ai minimi storici; e anche il dollaro si è rafforzato. Ora secondo alcuni lei sarebbe pronta ad alzare i tassi, pensando di rinvigorire l'economia americana sul medio periodo (trascurando momentaneamente le ripercussioni negative che il provvedimento avrà sul mercato). Lei ha sempre detto chiaro di non apprezzare la grande volatilità delle Borse che veniva originata proprio dai provvedimenti Fed: la sua attenzione si sposta dunque a far si che l'economia riprenda a camminare con le proprie gambe.

mercoledì 14 gennaio 2015

Georges Wolinski: lettera aperta a una moglie femminista

In omaggio a George Wolinski, padre fondatore di Charlie Hebdo, assassinato a 80 anni nella strage del 7 gennaio 2015, vi proponiamo questa lettera, da lui scritta nel 1978. Una lettera aperta a una sua donna femminista… in fondo è rivolta anche a ciascuna di noi. 
Perché ti ho scritto questa lettera aperta? è che ho raggiunto l'età in cui si ama fare bilanci. Non sono più giovane, non sono ancora vecchio. Mi restano ancora un bel po' di begli anni di cui intendo approfittare il più possibile. Tu sei inseparabile da questi anni, il che mi rende molto felice.
Se solo tu fossi quel po' più ipocrita, artefatta e sottomessa, quanto la maggior parte delle donne è costretta ad essere, questo mi semplificherebbe l'esistenza. Ma tu non mi fai sconti. Il tuo sguardo è implacabile, l'udito infallibile; è impossibile, davanti a te, essere debole, vile, disonesto o brutale, o avere le unghie non troppo pulite. Tu sei veramente la donna di cui avevo bisogno, perché non sono volitivo ma, grazie a te, mi sembra di esserlo. Da solo, mi sarei trascinato tutte le notti nei bar. Sarei diventato grasso, sporco e alcolista. Credo che tutto ciò che gli uomini fanno di buono, lo facciano per cercare di impressionare le loro donne. Fortuna che esistono! Ma impressionarle diventa sempre più difficile. Perché loro gettano su di noi questo sguardo terribile, che ci spaventa per la sua lucidità. E dimostrano ogni giorno che sanno fare tutto altrettanto bene di quanto possiamo farlo noi. Certo nell'epoca in cui viviamo stanno prendendo forma nuovi tipi di rapporto nella coppia. Costumi e abitudini di vita sono cambiati più nell'ultimo decennio che in cent'anni [siamo nel 1978, ndr]. Ho trascorso la mia giovinezza fra i tabù, eppure avevo genitori aperti e amorevoli. Le madri di oggi danno alle loro figlie delle libertà che le loro madri non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Viviamo in un periodo di cerniera, in cui i valori borghesi collassano e si avanza verso un socialismo inevitabile. Nel mezzo di questo sconvolgimento, in cui donne emotive scoprono le gioie della sorellanza e riscoprono, da adulte, le amicizie dell'adolescenza… in cui i maîtres d’hôtel, presto stanchi, non si stupiscono più di vedere donne sorseggiare vino alle cene di lavoro, e in cui donne imprenditrici presiedono consigli di amministrazionie col sigaro in bocca… l'uomo resta, comunque - come l'oro - il bene-rifugio.
Essere femminista è ok; è normale; è di moda ed è chic. Ma restare sola, nella vita, è ancora una tara per le donne, una ragione di angoscia e fonte di scherno. Anche voi avete bisogno di noi, ne sono certo, come noi di voi. Ma voi, voi avete soprattutto bisogno di fare bambini e questi bambini, più di quanto accada a noi, poi vi incatenano. Riflettete abbastanza su questo problema, anziché lamentarvene a posteriori dandocene troppo facilmente la responsabilità? quando vi rifiuterete di fare le chiocce? Noi siamo come insegnanti incanutiti di colpo. La nostra autorità ha subito un colpo. Certi non riescono a sopportarlo. Altri, fin troppo compiacenti, vi si adattano all'eccesso. Altri infine - e io faccio parte di questi, almeno spero, preferiscono essere amati più che obbediti; essere stimati e non temuti, e richiedono solo un minimo di rispetto, di gentilezza e di comprensione. Alla fine, siamo piuttosto orgogliosi di avere donne femministe. Sono per noi un'etichetta di intelligenza e di apertura mentale. Immagino che fra i Romani ci fosse chi doveva liberare i propri schiavi per motivi simili. Vorrei aggiungere che il femminismo, dopo tutto, vi occupa, vi dà da lavorare - un lavoro che non sottraete all'uomo. Scrivete libri in cui ci dite cosa pensate di noi. Fate giornali che non si occupano di moda, per farvi prendere sul serio. Lottate, manifestate, vi date da fare, vi indignate. Ridete di noi. Sì, questo vi impegna al punto che forse vi impedisce di pensare a come vorreste che fosse la società che sognate. E a tutte le barriere di pregiudizi che vi avviluppano. Riflettete a cosa significa davvero una società al femminile, in cui uomini e donne condividono i compiti in modo paritario e ditemi se questo è ciò che vorreste. Il femminismo, come l'ambientalismo, riunisce persone di tutti gli orientamenti. E, come l'ambientalismo, non significa niente senza il potere politico e senza l'influenza che questo potere può esercitare. Come l'ambientalismo, il femminismo è generatore di speranza davanti alla presa di coscienza che ci propone, e fonte di disperazione per la grandezza del problema da affrontare. Le donne sono trattate ingiustamente sul nostro pianeta. Sono mutilate, schiavizzate, considerate come incubatrici e bestie da soma. Le ho viste sgobbare nel deserto mentre gli uomini sorseggiavano tè alla menta, seduti all'ombra, ma ho visto praticamente la stessa cosa anche sotto il grigio cielo parigino e nelle nostre campagna. Sì, tutto ciò deve cambiare. Io conto su di te e sulle tue piccole amiche. Da quel fallocrate che sono, mi si stringe il cuore quando penso a tutte queste donne sfortunate che non hanno un marito gentile come il tuo. Georges Wolinski, Lettera aperta a mia moglie (Albin Michel; 1978)
Una donna che oggi dice un doloroso addio, a sua volta con immutato amore, a chi così sensibilmente  e paritariamente l'ha amata per 40 anni.

domenica 11 gennaio 2015

Come Anonymous raccoglie la sfida del terrorismo islamista

Scade oggi, nel giorno della manifestazione internazionale di Parigi, il conto alla rovescia per l'operazione #OpCharlieHebdo, contro la propaganda violenta islamista, annunciata da Anonymous il giorno della strage. 
Prima di tutto Anonymous invitava a non fare confusione: il pericolo non sono i musulmani, ma quelli che usurpano concetti religiosi per imporre dittature - punto e basta. E poi il loro chiarissimo messaggio, indirizzato direttamente a Isis e Al Quaeda, così introdotto:
non lasciamo che siano morti invano. No al razzismo! no al terrorismo! no al terrore! si alla libertà di espressione e ai nostri diritti. Noi siamo Anonymous. Noi non dimentichiamo e non perdoniamo, contate su di noi. 

Ecco il testo completo:
Nel quadro dell'attentato di Charlie Hebdo, come vi avevamo già anticipato..
noi contiamo di far luce su tutti gli avvenimenti, e facendo omaggio a tutti i caduti innocenti noi, gli Anonymous di tutto il pianeta, abbiamo deciso di dichiarare guerra a voi terroristi. 

Vi braccheremo fino in fondo, per distruggervi ovunque voi siate, tra gli assassini di innocenti. Noi sorveglieremo tutte le vostre attività sulla web. Prendete atto che su tutte le reti voi non imporrete la vostra Sharia sulla nostra democrazia, e noi difensori della democrazia non permetteremo che la vostra stupidità uccida i nostri diritti e la nostra libertà di espressione: siete avvertiti. Aspettatevi la vostra distruzione. Noi vi seguiremo in massa, dappertutto sul pianeta, da nessuna parte sarete al sicuro; perché noi siamo Anonymous. Noi siamo gli occhi, noi non perdoniamo, non dimentichiamo, attendetevi la nostra vendetta.
La lista dei siti da attaccare è stata rapidamente pubblicata su Pastebin
e altrettanto velocemente rimossa. 
I primi a cadere, per mano di Anonymous, sono stati 2 importanti siti jihadisti; ad esempio…

Questo, peraltro.. poco fa è già riuscito a riassestarsi; ma non dubitiamo che la battaglia sia solo agli inizi.
L'operazione di caccia e hackeraggio ai siti del terrorismo islamista era stata immediatamente annunciata, il giorno stesso dell'attentato, con un video di bassa qualità, ma che ha raggiunto rapidamente milioni di visualizzazioni:



E questo il comunicato completo del  7 gennaio (apparso anch'esso su Pastebin, qui):

Anonymous #francophone // #OpCharlieHebdo 07/01/2015
Messaggio ai nemici della libertà d’espressione
Il 7 gennaio 2015, la libertà d’espressione ha subito un assalto disumano. Terroristi hanno fatto irruzione nei locali di una rivista e ucciso a sangue freddo disegnatori, giornalisti e poliziotti. Gli assassini sono ancora in fuga. Distrutti, scioccati, noi non possiamo restare inermi. È nostro dovere reagire. Prima di tutto vogliamo fare le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime di questo atto laido e abietto. Siamo stati tutti molto colpiti dalla scomparsa di Cabu, Charb, Tignous e Wolinski: giganti dell’illustrazione che hanno lasciato, con il loro talento, un segno indelebile nella storia della stampa e  sono morti per la sua libertà. Né dimentichiamo le altre vittime uccise nell’attacco che si sono trovate sulla strada di questi assassini, come chi ancora lotta per la propria vita.
Ci sembra chiaro che certe persone non vogliono, in un mondo libero, il diritto inviolabile e sacro di esprimere, in qualsivoglia maniera, la propria opinione. Anonymous non permetterà mai che questo diritto sia minacciato dall’oscurantismo e dal bigottismo. Noi combatteremo sempre e dovunque i nemici della libertà d’espressione. Charlie Hebdo, realtà storica del giornalismo satirico, è stata presa come bersaglio. Anonymous ha il compito di ricordare a ogni cittadino che la libertà di stampa è uno dei prinicipi fondamentali dei paesi democratici. La libertà d’opinione, di esprimersi e di poter pubblicare articoli senza minacce né restrizioni è un diritto inalienabile. Anonymous ha sempre combattutto gli oppositori di questo diritto e non ammetterà mai che un individuo sia ucciso laidamente per aver pubblicato un articolo, un disegno, un’opinione...
La libertà di espressione e d’opinione è una cosa che non siamo disposti a negoziare, attaccare questa libertà è attaccare la democrazia stessa. Aspettatevi una reazione massiccia e frontale da parte nostra perché la battaglia per la difesa di queste libertà è la base stessa del nostro movimento.
Noi siamo legione. 
Noi non dimentichiamo. 
Noi non perdoniamo. 
Temeteci.

Tutti gli aggiornamenti, se siete interessat* a conoscerli, iscrivendovi e seguendo la chat di Anonymous a questo indirizzo.

sabato 10 gennaio 2015

Contro la sessualizzazione delle bambine, vicine alla giornalista Morpurgo

Tempo fa la giornalista Marina Morpurgo aveva espresso, sulla propria pagina facebook, indignazione per una pubblicità di una scuola per estetiste; e precisamente quella evidenziata in basso a questa sequenza [nb.. figure da noi ritoccate con commenti, precisiamo, come anche le successive]:
Risultato? denunciata dalla proprietaria della scuola, ora si ritrova indagata, in quanto con i suoi commenti ne avrebbe danneggiato l'attività. 
Da parte nostra non apprezziamo lo sfruttamento dei bambini per nessuno scopo pubblicitario. Ma questo è un sentimento soggettivo; sul piano oggettivo, invece, alcuni utilizzi di immagini infantili li riteniamo semplicemente inaccettabili: ed è il caso in cui bambini e bambine sono rappresentat* con caratteristiche di adultizzazione e sessualizzazione; in altre parole come oggetti sessuali.
Servono esempi? sono infiniti, dagli anni 50 ad oggi…

Ora, fra tutti gli esempi evidenziati nella figura, ci sembra che quello dell' "estetista" si commenti da solo. L'immagine, infatti, dovrebbe alludere a un sogno della bambina, quello di diventare estetista. Ma la piccola non è affatto ritratta mentre trucca qualcuno (la mamma, la nonna, una bambola..), bensì secondo il più trito cliché della pubblicità sessista: e cioè lei stessa, come una mini-donna ammiccante e allusiva, mentre guarda in tralice un ipotetico osservatore da arrapare.
Allora il messaggio che dalla pubblicità ci giunge forse è un altro. E se le idee chiare su come diventare mettono in scena un oggetto del desiderio in miniatura (e dunque per potenziali pedofili) non stupisce la reazione della giornalista, che (sul suo profilo privato) così scriveva: Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato... I vostri manifesti e banner sono semplicemente raggelanti. Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite... Negli anni 50 vi hanno ibernato e poi risvegliati?
Eh si; perché, come scrive Lorella Zanardo: viene qui utlizzata l'immagine di una bambina di 6/8 anni e (come abbiamo più volte ribadito anche nei nostri corsi), l'utilizzo di immagini infantili a scopo mercantile è inaccettabile se tali immagini prevedono un'evidente adultizzazione, in questo caso lampante. Ricordo che sarebbe invece accettabile utilizzare lo spunto del "sogno di diventare estetista" con modalità diverse creative e non offensive [vedi l'immagine, sempre nella foto, della bimba che vuole diventare "acconciatore", ndr]. E aggiunge:  in casi come questo insegniamo a fare ricorso allo IAP Istituto AutoDisciplina Pubblicitaria, per chiedergli di intervenire presso l'azienda per far rimuovere la pubblicità incriminata.
In questo caso, invece, è accaduto paradossalmente il contrario: l'incriminata è una donna che, fra gli utenti che hanno incocciato il messaggio pubblicitario, ha espresso la propria disapprovazione e indignazione.
Non c'è dubbio: la scuola da tutto ciò avrà più pubblicità di quella che avrebbe avuto se nessuno avesse criticato; ma purtroppo lasciar correre significa farsi complici di una cultura che è humus della violenza, e che spesso sgorga pacificamente da iniziative non in malafede, ma semplicemente inconsapevoli. Ecco perché serve reagire.
Cosa possiamo fare, per respingere questi messaggi da un lato, e - dall'altro - sostenere la giornalista Morpurgo?
Ecco le azioni suggerite:
• Mandare allo IAP una segnalazione tramite questo modulo
• Partecipare alle proteste su facebook e twitter esprimendo il proprio disappunto - in modo educato e firmato, e le ragioni della solidarietà a Marina Morpurgo.  

venerdì 9 gennaio 2015

Parla Jeannette Bougrab, compagna del direttore di Charlie Hebdo assassinato: è una guerra per cui mancano strumenti legislativi

Jeannette Bougrab, la compagna di Charb, il direttore di Charlie Hebdo fra i caduti dell’eccidio del 7 gennaio, è una donna molto attiva in politica: è già stata Presidente dell’Alta Autorità francese per la lotta contro le discriminazioni e per l’uguaglianza (HALDE) e Segretaria di Stato per la Gioventù. 
Colpita nei suoi affetti più cari, parla con voce rotta dal dolore ma senza perdere lucidità politica. E ci obbliga a guardare qualcosa che fino adesso non volevamo credere. Questo nonostante quanto accaduto già fin dal 1989 a Salman Rushdie, e poi 10 anni fa, con il barbaro massacro di Theo Van Gogh - qualcosa che certo non ci era mai stato chiaro fino ad oggi: ecco che cos'è la Francia [e dunque l'Europa] di oggi. 
Oggi in Europa si muore - si può essere assassinati - per aver preso una penna e fatto un disegno. Questa non è più l'Europa di diritto e della laicità: la guerra è dichiarata, e al momento non esistono strumenti giuridici adeguati per affrontarla.
Qui la video-intervista, da noi tradotta in italiano:

giovedì 8 gennaio 2015

Dalle organizzazioni musulmane francesi e italiane: appello a reagire con fermezza al terrorismo

Non solo dalla base musulmana, dunque, sale l'indignazione: dopo il massacro di Charlie Hebdo, le organizzazioni musulmane francesi hanno chiamato tutti gli Imam a condannare violenza e terrorismo da qualunque parte si presentino, invitando tutti i musulmani a partecipare compattamente alla manifestazione nazionale indetta per l'11 gennaio. Di oggi anche la dura presa di posizione del Centro culturale Islamico d’Italia, che gestisce la Grande moschea di Roma
Questo il comunicato delle comunità francesi, firmato da Dalil Boubakeur, Rettore della Grande Moschea di Parigi e Presidente del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM):
Le organizzazioni musulmane di Francia (FGMP, RMF, UOIF, CCMTF, FFAICA, Moschea de l’Ile de la Réunion, CIMG Francia), riunite giovedì 8 gennaio presso la grande Moschea di Parigi, su iniziativa del Presidente del Consiglio musulmano francese, rispondendo all'appello solenne del Presidente della Repubblica all'unità nazionale, e alla responsabilità delle organizzazioni religiose:
• 1. invitano i cittadini musulmani di Francia a osservare oggi, a mezzogiorno, un minuto di silenzio, con tutta la nazione, in memoria delle vittime del terrorismo che ha colpito con eccezionale violenza la rivista Charlie Hebdo;
• 2. invitano gli Imam di tutte le moschee di Francia a condannare, con la massima fermezza, la violenza e il terrorismo da ovunque essi provengano, durante la preghiera solenne del venerdì;
• 3. chiamano i fedeli musulmani, alla fine della preghiera del venerdì, a un raccoglimento dignitoso e silenzioso in memoria dei nostri connazionali, vittime del terrorismo;
• 4. sollecitano i cittadini di fede musulmana ad aderire compattamente alla manifestazione nazionale di domenica 11 gennaio 2015, per affermare il loro desiderio di vivere insieme in pace e nel rispetto dei valori della Repubblica.
Le organizzazioni musulmane, profondamente scioccate e rattristate dall'assassinio dei nostri connazionali, giornalisti e poliziotti, si uniscono al dolore delle famiglie delle vittime, e condividendolo, vogliono testimoniare la propria solidarietà, nazionale e cittadina, davanti all’enormità di questa tragedia.
L'appello a rompere il silenzio, e a reagire all’ennesimo attacco terroristico, arriva anche dal Centro culturale islamico d’Italia (che gestisce la Grande moschea di Roma). Questo il comunicato:
Il Centro Islamico Culturale d’Italia condanna con forza l’attentato compiuto a Parigi contro la sede della rivista francese Charlie Hebdo ed esprime le proprie condoglianze ai familiari delle vittime della strage esprimendo vicinanza ai Parigini, alle forze dell'ordine della capitale e a tutto il Popolo francese per il brutale attacco subito. Il Segretario Generale del Centro Islamico, Abdellah Redouane, ricorda che quello di oggi è certo in primo luogo il momento nel quale esprimere la nostra solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime e al popolo francese per il grande tributo di sangue versato, il momento per stringerci a tutti loro e condividerne il dolore, ma è anche un momento per riconsiderare il fallimento del vivere insieme voluto e causato da elementi terroristici. E’ necessario restare uniti contro la barbarie e la violenza e lavorare sempre di più uniti, non solo per garantire e difendere la libertà di stampa e di opinione, ma più in generale per proteggere la democrazia, minacciata da forze oscurantiste di inusitata mostruosità. Ogni silenzio è divenuto ormai intollerabile e inaccettabile, un silenzio pieno di ignavia non può che trascendere nella connivenza e nella complicità. Va respinto. Siamo tutti chiamati a fare un esame di coscienza, ma anche a rispondere a voce alta a questa minaccia. Poiché la minaccia si alimenta del silenzio. Ciò si può fare solo rafforzando il lavoro di chi è impegnato in prima linea in favore del dialogo tra le religioni e le culture e per la promozione dei principi di pluralismo e rispetto della libertà. E' dovere inderogabile di ognuno di noi, di ogni credente

mercoledì 7 gennaio 2015

Oggi mi hanno dichiarato guerra - e se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla

Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di Dio e del Profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.
Not in my name, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.
Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione Europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie. È così a ogni attentato.
A ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.
Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.
Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo. Certo il continente zoppica, la crisi è dura, ma siamo insieme ed è questo che conta. I killer professionisti e ben addestrati che hanno colpito Charlie Hebdo vogliono il caos. Vogliono un’Europa piena di paura, dove il cittadino sia nemico del suo prossimo. E in questo vanno a braccetto con l’estrema destra xenofoba. Tra nazisti si capiscono. Di fatto vogliono isolare i musulmani dal resto degli europei. Vogliono vederci soli e vulnerabili. Vogliono distruggere la convivenza che stiamo faticosamente costruendo insieme.
Trovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. 
Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso. Fa male sapere che degli esseri umani siano stati uccisi da una mano vigliacca perché volevano solo far ridere, ma fa male anche capire il disegno che c’è dietro, ovvero una volontà di distruzione totale. Una distruzione che sapeva chi e cosa colpire.
Niente è stato casuale. Sono stati spesi molti soldi da chi ha organizzato il massacro. Sono stati scelti uomini addestrati. È stato scelto un target, la redazione di un giornale satirico, che era sì un target simbolico, ma anche facile da attaccare. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli. D’altronde una dichiarazione di guerra lo è sempre. Chi ha compiuto questo attentato sa cosa produrrà. Sa il delirio che si sta preparando. Allora se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla. In questi anni la teoria della guerra preventiva, dell’odio preventivo, delle disastrose campagne di Iraq e Afghanistan hanno creato solo più fondamentalismo.
Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cascare in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici. Ha ragione la scrittrice Helena Janeczek quando dice che liberté, égalité, fraternité è ancora il motto migliore per vincere la battaglia. E i musulmani europei, ribadendo il loro not in my name, potranno essere l’asso nella manica della partita. L’Europa potrà fermare la barbarie solo se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile. Igiaba Scego

Fonte: L'internazionale