martedì 23 settembre 2014

Emma Watson: perché vi chiedo di partecipare a #heforshe

Oggi lanciamo la campagna #HeForShe. Vostre eccellenze, Segretario generale ONU, presidente dell'Assemblea, direttrice esecutiva UN Women, gentili ospiti: mi rivolgo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti.

Questa è la prima campagna ONU di questo tipo, vogliamo spronare più uomini e ragazzi possibile a sostenere un cambiamento; e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che diventi concreto.
Sono stata eletta ambasciatrice per UnWomen 6 mesi fa, e più parlo di femminismo e più mi rendo conto che troppo spesso l'impegno per i diritti delle donne viene inteso come sinonimo di "odiare gli uomini".
E, se c'è una cosa che so con certezza, è che questo deve finire.
Per la cronaca, per definizione il femminismo è il concetto che uomini e donne debbano avere pari diritti e pari opportunità.


E'  la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Ho cominciato a diffidare delle supposizioni basate sul genere molto tempo fa. A 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero prepotente se volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori, quando ai maschi non succedeva. A 14 anni, dall'essere sessualizzata da certi media. A 15 anni, dal vedere le mie amiche abbandonare le squadre degli sport che amavano per timore di "apparire muscolose". A 18 anni, dal vedere che i miei amici maschi non sapevano esprimere i propri sentimenti... ho deciso di essere femminista e la cosa mi sembrava semplice. Ma le mie esperienze più recenti dimostrano che femminismo è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, io sono nel novero di quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti.
Ma perché femminismo è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto i miei colleghi maschi; penso giusto poter prendere decisioni riguardo al mio corpo; penso giusto che delle donne mi rappresentino politicamente per quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso giusto che mi sia garantito lo stesso rispetto sociale che è garantito agli uomini.
Ma, sfortunatamente, posso dire che non c'è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di vedersi riconosciuti questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. E considero questi diritti come diritti umani.
Ma io sono una di quelle fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno supposto che dovessi limitarmi perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Questi esempi sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa ciò che sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono questi i femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. E ne abbiamo sempre più bisogno.
Se ancora odiate questa parola: non è il termine che è importante, ma l'idea e il proposito che sottende. Perché non tutte hanno avuto i miei stessi diritti: al contrario, statisticamente, quelle che hanno questa fortuna sono ancora molto poche.
Nel 1995, a Pechino, Hilary Clinton fece un celebre discorso sui diritti femminili.
   
Purtroppo, molte delle cose che lei avrebbe voluto cambiare allora, sono vere tutt'oggi [e in molti luoghi anche in rapido peggioramento, ndr]. Ma quello che mi ha colpito di più, è che [alla conferenza di Pechino sulle donne, ndr] meno del 30% del pubblico era composto da uomini.
Come si può influire sul cambiamento nel mondo se solo la metà di esso partecipa alla discussione?

Uomini. Colgo quest'occasione per rivolgervi un invito formale.
La parità di genere è anche un problema vostro. Perché finora vedo il ruolo paterno poco importante nel rapporto con i bambini, nonostante da piccola avessi bisogno della presenza di mio padre come di quella di mia madre. Ho visto ragazzi soffrire disagi mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Nel Regno Unito la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni è il suicidio, che supera incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile.
Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo spesso di come anche gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma vedo bene che lo sono. E, quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne.
Se per essere accettati gli uomini non dovranno mostrarsi aggressivi, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se agli uomini non sarà richiesto di controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E' ora di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti.
Se smettiamo di definirci l'un l'altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa #HeForShe. Di libertà.
Chiedo che gli uomini si assumano questo impegno, perché le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché ai loro figli sia concesso di essere vulnerabili e umani. Rivendicando per loro quei lati che hanno trascurato, permettiamo loro di esprimere una versione più vera e più completa di sé stessi.

Forse vi starete chiedendo: chi è questa tizia di Harry Potter? che diavolo ci fa qui all'ONU? E' una buona domanda. Anch'io me lo sono chiesta. Tutto quel che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliorino. Avendo visto quel che ho visto, e avendone l'opportunità, credo sia una mia responsabilità dire qualcosa.
Lo statista Edmund Burke ha detto che, perché il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciano niente.
Nella mia agitazione per questo discorso, nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? E se non ora, quando?
Se avrete simili dubbi, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d'aiuto. Perché la realtà è che, se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne si possano aspettare di essere pagate quanto gli uomini per fare lo stesso lavoro. Nei prossimi anni milioni di ragazze si sposeranno ancora bambine. E, con questi ritmi, tutte le ragazze della campagna africana non potranno ricevere un'istruzione secondaria prima del 2086.

Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e, se è così, mi complimento con voi. E' difficile trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She.
Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? se non ora, quando?
Vi ringrazio tantissimo.
Emma Watson, discorso all'Assemblea Generale Onu, 20 settembre 2014

Ed ecco, evidenziato in azzurro, uno dei primissimi commenti al tweet con cui Emma condivide il suo discorso all'ONU:

Dobbiamo tradurre? pensiamo di no. 
Bene, diteci voi se noi e questo mondo non abbiamo bisogno di femminismo, e urgentemente. 
chi odia chi.

sabato 20 settembre 2014

21 settembre: giornata nazionale, e mondiale, per la pace e per il clima

A Firenze il 21 settembre manifestazione nazionale per la pace. Nello stesso giorno (vedi sotto) mobilitazione mondiale di meditazione #bethePeace e, a New York, la People's Climate March promossa in vista del vertice sul clima, indetto da Ban Ki Moon per il 23 settembre

In Italia, chi può sarà a Firenze per reclamare un cambiamento, dopo lunghissimi anni di ininterrotte connivenze e fallimenti delle politiche di gestione dei conflitti in atto ovunque, e tanto diffusi da dover convenire che siamo ormai in piena terza guerra mondiale - benché con modalità nuove e senza dichiarazioni ufficiali.
Matteo Renzi è invitato dai promotori a essere presente: Lei ha interagito con molti organismi internazionali, in particolare con un confronto serrato con Unione Europea e Alleanza Atlantica. Perché dunque non prevedere anche un momento di confronto con la società civile italiana, che è in contatto e rappresenta anche quella europea? Perché non ascoltare anche le nostre indicazioni su come è possibile trasformare e risolvere i conflitti, senza limitarsi alle considerazioni di natura “strategica e militare” che avranno sicuramente portato alla Sua attenzione? Essere presente il 21 settembre a Firenze per esercitare quello che Aldo Capitini chiamava “ascolto democratico” potrebbe essere utile e prezioso per tutti noi e per le scelte future del Governo da Lei presieduto e dell’Unione Europea. 
Già, sarebbe bello che colui che fa il Premier accettasse l'invito a #unpassodipace: in tutte le sue accezioni. Ma - qualcosa ci dice - avrà cose più importanti da fare, di questa.
E invece non c'è niente di più importante che fare la pace; in assoluto niente. Niente di più importante del disfare la guerra:


L'appuntamento a Firenze è in Piazza Michelangelo; dalle 10 alle 16, testimonianze dai luoghi di guerra e dagli oppositori nel mondo alle politiche di guerra. Sarà l'occasione di fare emergere le pressanti richieste nei confronti della politica e delle istituzioni, perché fermare le guerre e le stragi significa dare finalmente il primato del governo globale del pianeta e delle relazioni tra Stati alla politica multilaterale, ad un sistema delle Nazioni Unite da riformare e da potenziare. Significa cambiare il modello di sviluppo, non più orientato al consumo del pianeta per il benessere di pochi ma alla sostenibilità futura ed al benessere di tutti; significa applicazione e rispetto da parte di tutti gli Stati degli accordi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani con meccanismi sanzionatori e con un sistema di polizia e di giustizia internazionale operativo; significa riconoscere il diritto d’asilo e dare accoglienza ai profughi di guerra; significa investire nella ricerca, nell’educazione, nell’ambiente, nell’economia e nel lavoro, nella giustizia sociale, nella democrazia, nella cultura, nel dialogo, nella difesa civile, nella cooperazione, in funzione della pacifica e plurale convivenza e del governo democratico globale, convertendo qui le enormi risorse spese per armamenti e guerre decennali. (Rete della Pace, Rete Italiana Disarmo, Campagna Sbilanciamoci e Tavolo Interventi Civili di Pace).

Dice Papa Francesco: dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi (..) E' proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere. Ma questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?'
Quelli a cui importa, sono tutti invitati a Firenze. A esserci fisicamente o con la volontà e con la mente, ovunque si trovino.



Il 21 settembre è anche la giornata mondiale #BethePeace, evento globale di meditazione organizzata da Unify per la pace: qui la mappa di tutti gli eventi.  
Qui l'evento di meditazione di Roma. E qui la mappa, in continuo aggiornamento, degli eventi nel mondo.

twitter: @passodipace, hashtag #passodipace e #21settembre
Partecipate, diffondete, connettetevi. Per la pace. E per la difesa del clima:



Non c'è più tempo, più nessuna fiducia residua che è possibile concedere alle vecchie politiche.

lunedì 15 settembre 2014

Letter to Oscar Pistorius. In Reeva's shoes

You're crying, Oscar. You're parading your tears to the world, begging for my forgiveness and saying that you miss me.
So please let me tell you:
Even now, just like I did so many times during my life, I am forgiving you before God for betraying and killing me. Yes, I can do that.
I used to forgive everything, remember, Oscar?
I didn't even ever hold a grudge, I believed in tenderness.
But please do not feel relieved by this statement: be aware that I cannot forgive you for the pain you're causing to others. Not only to those who loved me and are now crying for me - I am talking about the final blow you're dealing to all of those who, thanks to you, could be rescued, and whom you are now deserting: all those blinded men that need waking up, all those defenceless women that need freeing.
Every 4 minutes a woman gets raped in South Africa, Oscar, everyday 4 more are slain: everyday, every minute, they are wiped out by men.
Men like you.
Nobody stops these men, and the mild verdict that saves you today will encourage more men, and doom more women to the same horrible foregone fate. It's about them I used to cry, remember? 
I was shaken by compassion.
Just as you felt no pity for me, you're not feeling any pity for them, and (you know that) this is something I won't forgive you for.
The new crime you're committing today cries out for revenge: you're denying what you did in order to get a reckless and hypocrite leniency from a sick Justice system, easily moved by the wealth of the defendants. 
Denying what you did to me in full awareness is a crime, and the way you’re denying it is untenable and surreal because yes, you definitely wanted to do what you did: neither my terror nor my pleas could slacken your resolve.
Your coward defence is a crime that adds to the one you committed in rage that awful night when my tears could not move you to mercy - and this new crime is not any lighter.
You've cried many salty tears but you weren't feeling pain for what you'd done to me, you were crying for yourself: ever since you raised your bloodied hands off of me, you knew that you were lost and that one and only one thing could save you.
The reason you were lost wasn't because you risked prison, you were lost because your soul was dead. 
The lies you told in order to escape jail could not save you then; neither can they save you now. There's only one chance for you to find release: take responsibility for what you've done, publicly blame yourself and thereby help tear the iron net apart, the net of complicity among all men in our world who every day use that net to wrap up women into helplessness: men who threaten, beat, oppress, slay the women who love them and who naively deliver themselves into their hands like lambs to the slaughter.
You had the guts to swear that you didn't know whom you were shooting at but you took aim at me not one but three, four times, while I was pleading for help. 
Bam! My hip... Bam! My arms, and... Bam! You blew my head open.
Outside our house, in the clear silent night, people could hear our shouts for quite some time; when I was trying to calm you down, but your veins were swelling, you could not face rebuttal, you could not bear to hear that I wasn't going to stand your humiliating suspicions or your orders any more. They also heard me while I was trying to escape from you into my frail shelter, crying for help. You were the only one who could not hear me, you listened in only so as to locate me: it was my voice that guided your aim when you shot in precisely that direction.
Justice is deaf to Michelle's, Charl's, Estelle's and Johan' voices, thus staging a bitter replay of that night and, once again, in order to save you, throwing me off the tower.
All the same, you see, between the two of us, today, I'm the one who's saved, while you are dead.
This is what should make the blood in your veins freeze, keep you awake at night - this, rather than your empty fears of losing your freedom or your privileged wealthy life. You could have saved yourself, Oscar. You ran into the abyss instead, and have kept running on the same course, you never stopped, and this course can't save you, you'll keep falling further down, you won't even consider climbing back up.
There was, actually, a thread stretched out for you towards the light, but it's too far away now: the thread of truth and compassion, a golden thread, rather than your self-pity drool.
Compassion for those like Anene and me is a golden thread of deliverance. But, in order to get hold of it, you should have fallen to your knees and accused not only yourself but the whole bloodthirsty culture that poisoned not just you, but humanity as a whole. The same culture pours floods of money into wars, charms kids with Alfa-male brilliancy, encourages identification with the winner who's still holding a cocked weapon. A culture of death that you have endorsed with your face and muscles.



Cruelty against women feeds from this poison, while love starves.

This is all in front of us, for everybody to see.


Every day the lack of empathy and the inability to love blaze up into unbridled hatred and violence in millions of homes, in millions of wasted minds, all remorse drowned in a muddy mess of laughable self-pitying excuses. Just like yours, Oscar. 
You're crying about the consequences of your deed for your life: you don't want to lose your freedom and the love of the crowds.
You've had months to ponder on your deed, on the horror and pain you've caused, still your iron will is focused on one and one thing only: dodging a small inconvenience in your small life. Years in jail.  You are just like so many millions other men, who kill women or just stare at it happening with blank eyes as if it were an abstract event, nothing to do with them.
You, men, why haven't you got any pity on women? 
And, in the end, the most important thing of all, Oscar. You must understand that all those years in jail are nothing. From where I am looking out on things nowadays, fog has dissolved, everything is completely clear.
Now I can see that even death, sometimes, opens new doors into time and space: rest assured that my voice will be heard for a long time and that it will grow stronger and stronger, I'll be doing many things for women and children, through the hands and thoughts of people who love me.


From where I stand, one can also clearly see that the consequences that you fear are the ones that could provide opportunities for rebirth. There is always a silver lining.

Thank you consequence, sings Alanis. 

 

You, on the contrary, are trying to dodge consequences, without realising that what is in store for you is much worse.
I won't sign as Baba, you must forget that name.
I am Reeva, I am Anene, I am all the women: we're scrutinizing your soul with an unforgiving gaze.
In Reeva's shoes.
Grazie a Francesca Manfredini per la traduzione. 
Grazie per pubblicare questa lettera, se vorrete farlo. Dopo le ultime notizie dal processo, sono rimasta sveglia a lungo nella notte, pensando a Reeva, al cuore spezzato dei suoi genitori e all'implacabile vuoto che la crudeltà di quest'uomo vi ha portato. Ma non solo: un'indignazione montava irrefrenabile, pensando alle conseguenze che avrà inevitabilmente questa ridicola sentenza. Per tutte le altre Anene e Reeva che aspettano giustizia, per tutte quelle che anche in questo istante stanno cadendo e quelle che, purtroppo, verranno. Stavo sveglia, mentre un gelo invadeva anche me, sempre di più, insieme alla rovente indignazione per le conclusioni della Corte: non sarebbe un "omicidio vero e proprio" (anzi, un femminicidio), perché "non premeditato": è solo un "errore"! Non ho potuto fare altro che alzarmi, prendere carta e penna e iniziare a scrivere, mentre lacrime cadevano sul foglio. Sentivo in me il bisogno di dire qualcosa, una notte intera sono rimasta lì, cercando di dirlo, e quello che è uscito è stato questo. 
Chiedo perdono a Reeva e alla sua famiglia per avere osato di immaginare una lettera in suo nome; ma è stato più forte di me - e voglio dirlo: questa lettera non è solo per Pistorius
E' per tutti gli altri persecutori di donne e, più di tutti, per la quasi totalità degli uomini: quell'esercito di uomini che credono di non far male a nessuno, ma restano ignavi e indifferenti, giorno dopo giorno, di fronte a una persecuzione senza fine.
Mari E. 

domenica 14 settembre 2014

Giro della Toscana 2014: cicliste in divisa da bambola gonfiabile. Cioè da stupro

La Colombia è un paese molto colpito dal femminicidio. Eppure, sul sangue delle donne c'è sempre chi ha voglia di scherzare. Alla presentazione del Giro di Toscana la squadra femminile della Colombia s'è presentata sul palco in divisa da stupro: le cicliste apparivano come denudate, letteralmente pronte per l'uso: dal sottoseno fino all'attaccatura delle gambe. 
Una sfilza di donne in mostra al mercato della carne. Ecco cosa sembravano le atlete che - come da copione - sono obbligate pure a sorridere. Le divise ufficiali della squadra sono infatti disegnate con l'area del bacino, fino alle cosce, color carne, con tanto di enfatizzazione della curva del pube.
Che dire: su twitter @Femicidealerts ha scritto: volevo scrivere due righe su sta cosa, ma mi sento solo di dire: femminicidio.
Si, un'istigazione vera e propria - che, grazie al cielo, non è stata bene accolta. Le reazioni non sono state di apprezzamento ma di indignazione: "il mondo dello sport si è immediatamente schierato contro questa decisione. Le donne non sono merce da mettere in mostra, in nessun campo e in nessun caso". Una squallida trovata, alquanto fuori luogo: nella violenza globale contro le donne, infatti, non solo la Colombia non fa eccezione, ma si trova molto ben piazzata. Nei primi 6 mesi del 2013, nel Paese sono state massacrate ben 514 donne – per la maggior parte fra i 30 e i 34 anni. Lasciando dietro di sé scie di orfani e famiglie distrutte. Il primato alla regione della Valle del Cauca, con 144 femminicidi, seguita da Antioquia con 68, e altri 56 nella sola capitale, Bogotà. I dati, raccolti nell'ambito delle ricerche per i rapporti dell’Istituto di medicina legale di Bogotà, sono stati verificati dal Gruppo Centro Nazionale di riferimento per la violenza.

La situazione è tanto grave che il Comitato delle Nazioni Unite (ONU) per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ha chiesto al governo di Juan Manuel Santos maggiore impegno contro la diffusione endemica, e sostanzialmente impunita, dei crimini contro le donne.
E' così che, grazie alla battaglia condotta dalla senatrice Gloria Inés Ramírez, la Prima Commissione del Senato colombiano ha approvato recentemente un disegno di legge, composto da 10 articoli, che definisce il femminicidio come un reato distinto ai sensi del codice penale, che corrisponde a un omicidio aggravato. Il disegno di legge include alcune misure preventive, come  l’istituzione cattedre per la parità di genere; inoltre meccanismi di consulenza legale per le vittime e la creazione di un Sistema nazionale di statistica sulla violenza domestica.
Ma manca ancora, evidentemente, qualche informazione utile a coloro che - come le società sportive -  dovrebbero far da ambasciatori dell'immagine della Colombia nel mondo.  

Lettera a Oscar Pistorius

Oscar, tu piangi. Mostri al mondo le tue lacrime invocando il mio perdono e dicendo che ti manco. E allora sappilo:
come già tante volte ti ho perdonato in vita, anche ora, davanti a Dio, io ti perdono per avermi tradita e uccisa. Si, questo posso farlo. 
Io perdonavo tutto, Oscar, ricordi? Non sapevo cos’era il rancore, credevo nella tenerezza. 
Ma questo non ti sollevi: sappi anche che non posso perdonarti, io, per il male che fai agli altri. Non solo a chi mi amava e ora mi piange – parlo dell’affondo che sferri a tutti quelli e quelle che, grazie a te, potrebbero ricevere soccorso e che invece, ora, abbandoni. Uomini accecati da svegliare, donne senza difese da liberare.
In Sudafrica una donna è violentata ogni 4 minuti, e ogni giorno altre 4 vengono ammazzate, Oscar: ogni giorno, ogni minuto, vengono annientate da uomini come te. Nessuno li ferma e la mite sentenza che oggi ti salva, Oscar, ne incoraggia altri e condanna altre donne allo stesso, orribile, inevitabile destino. 
E’ per loro che piangevo, ricordi? scossa dalla compassione.
Per tutte le Anene del mondo, avevo preparato il discorso che non ho mai potuto pronunciareperché sono diventata una di loro, prima di poterlo fare. 
Come di me, tu anche di loro non hai pietà e in cuor tuo sai che di questo no, non ti perdono. 
Il nuovo delitto di cui oggi ti macchi, davanti a Dio grida vendetta: negare ciò che hai fatto per ottenere da una giustizia malsana, che si commuove davanti ai ricchi, un’indulgenza irresponsabile e ipocrita. 
Il delitto di negare in modo insostenibile, surreale, contro ogni evidenza, ciò che hai fatto a me in piena coscienza – si, ciò che hai fermamente voluto fare, senza lasciarti minimamente distrarre dal mio terrore e dalle mie implorazioni. 
La viltà di questa tua difesa è un crimine che si aggiunge a quello a cui ti ha condotto l’ira, nell’orribile notte in cui delle mie lacrime non hai avuto pietà, e non è meno grave
Hai versato tante lacrime salate ma, se fossero state di dolore per ciò che mi hai inflitto, fin dall’istante in cui hai alzato da me le tue mani insanguinate avresti saputo che tu eri perduto e che una sola cosa potrebbe salvarti. 
Già da quel primo istante eri perduto: non perché “rischiavi la galera”, ma perché la tua anima era morta. Perciò non ti avrebbe salvato – né ora ti salva - mentire per sgattaiolare fuori dai guai. Una sola salvezza esiste per te: accusare te stesso, squarciare la rete ferrea delle complicità con tutti gli altri che, nel mondo, ogni giorno avvolgono le donne in una rete di impotenza. Gli uomini che intimoriscono, picchiano, opprimono e trucidano le donne che li amano, quelle che restano nelle loro mani con ingenuità di agnelli nella casa del macellaio. 
Osi giurare che “non sapevi” a chi stavi sparando, ma non una: due, tre quattro volte, hai mirato verso di me, mentre imploravo aiuto.
Bang! prima all'anca, bang! alla spalla, bang! alle braccia, bang! quando mi hai sfondato la testa. 
Fuori di casa, nella notte tersa e silenziosa, hanno sentito le nostre grida a lungo; quando cercavo di convincerti a calmarti, ma ti scoppiavano le vene, non potevi essere contraddetto, non volevi sentire che non avrei più accettato i tuoi umilianti sospetti e i tuoi comandi. Hanno sentito anche, quando cercavo di sfuggirti nel mio fragile rifugio, mentre gridavo aiuto. Solo tu non mi sentivi: tu ascoltavi solo per braccarmi. E’ proprio guidato dalla mia voce, che hai sparato nell’esatta direzione. In un amaro replay, oggi la giustizia umana resta sorda alle parole di Michelle e Charl, Estelle e Johan: e per salvare te butta me, nuovamente, dalla torre.
Eppure oggi, vedi, tra noi due io son salva e tu sei morto. 
E’ questo, che dovrebbe farti gelare il sangue, e tenerti sveglio nella notte – non la vacua paura di perdere libertà, la tua ricca vita di privilegi. Tu potevi salvarti, Oscar, e invece corri nel baratro: continui quella corsa – non ti sei mai fermato. E non ti salverà, anzi ti inchioderà ancor più all’abisso, inghiottire pillole per dimenticare. Tu cadi giù, sempre più in basso, nemmeno consideri che potresti riuscire a risalire. Eppure un filo per te, dalla luce ormai così lontana, era lì teso: il filo della verità e della compassione – è un filo d’oro, e non di bava, come quello della tua autocommiserazione.
La compassione per quelle come me, e come Anene, è un filo d’oro di salvezza; ma per aggrappartici avresti dovuto cadere in ginocchio e denunciare, insieme a te stesso, la cultura sanguinaria che ti avvelenava e che appesta l’umanità intera. Quella che versa fiumi di denaro nelle guerre, è la stessa che fa luccicare davanti agli occhi dei ragazzi il maschio Alfa, l’identificazione del vincente con un’arma carica. Una cultura di morte a cui prestavi i muscoli e la faccia. 

E’ il veleno da cui sgorga crudeltà contro le donne, mentre l'amore è denutrito: chiunque, se vuole, lo capisce.

E la mancanza di empatia, nell’incapacità di amare, divampa in odio e violenza senza fine, ogni giorno, in milioni di case, in milioni di cervelli devastati, ogni rimorso affoga nella melma di risibili auto-giustificazioni vittimistiche.
Come le tue, Oscar. E infatti tu piangi per le conseguenze che non vuoi nella tua vita, perdere la libertà e la considerazione delle folle.
E così, hai avuto molti mesi per riflettere sull’orrore dei tuoi gesti, sul dolore che hai portato – ma con ferrea volontà a una sola cosa tu pensi: a come evitare, nella tua piccola vita, piccoli contrattempi. Anni di galera. Tu, come tutti, tutti gli altri milioni e milioni di uomini che uccidono le donne, e per tutti gli altri milioni che stanno a guardare, impassibili – come fosse un incidente astratto, un fatto che non li riguarda – voi uomini, perché non avete pietà per le donne? 
Per finire, la cosa più importante, Oscar: sappi che non sono nulla, quegli anni di galera. Dall’eterno, da dove io guardo le cose oggi, la nebbia si dissolve, si vede tutto molto chiaro. Si vede che perfino morire, a volte, apre porte sul mondo del tempo e dello spazio: non dubitare che la mia voce si udirà a lungo e diventerà sempre più forte, io farò molte cose per le donne e i bambini, attraverso le mani e il pensiero di chi mi vuole bene.


Da qui si vede bene, anche, che le conseguenze che tu temi offrono sempre occasioni di rinascita. Non tutto il male viene per nuocere - come si dice, e chi ha orecchie per intendere, intenda.

Thank you consequence, canta Alanis. 


Ma tu le conseguenze le respingi, e non sai, che quello che ti aspetta è molto peggio.
Non mi firmo Baba, perché quel nome tu lo devi dimenticare.
Io sono Reeva, io sono Anene, io sono tutte le donne che ti scrutano nell'animo, con sguardo implacabile.
In her shoes: immaginando di essere Reeva Steenkamp
English text HERE. Translation by Francesca Manfredini

Grazie per pubblicare questo post, se vorrete farlo. Dopo le ultime notizie dal processo, sono rimasta sveglia a lungo nella notte, pensando a Reeva, al cuore spezzato dei suoi genitori e all'implacabile vuoto che la crudeltà di quest'uomo vi ha portato. Ma non solo: un'indignazione montava irrefrenabile, pensando alle conseguenze che avrà inevitabilmente questa ridicola sentenza. Per tutte le altre Anene e Reeva che aspettano giustizia, per tutte quelle che anche in questo istante stanno cadendo e quelle che, purtroppo, verranno. Stavo sveglia, mentre un gelo invadeva anche me, sempre di più, insieme alla rovente indignazione per le conclusioni della Corte: non sarebbe un "omicidio vero e proprio" (anzi, un femminicidio), perché "non premeditato": è solo un "errore"! Non ho potuto fare altro che alzarmi, prendere carta e penna e iniziare a scrivere, mentre lacrime cadevano sul foglio. Sentivo in me il bisogno di dire qualcosa, una notte intera sono rimasta lì, cercando di dirlo, e quello che è uscito è stato questo. 
Chiedo perdono a Reeva e alla sua famiglia per avere osato di immaginare una lettera in suo nome; ma è stato più forte di me - e voglio dirlo: questa lettera non è solo per Pistorius
E' per tutti gli altri persecutori di donne e, più di tutti, per la quasi totalità degli uomini: quell'esercito di uomini che credono di non far male a nessuno, ma restano ignavi e indifferenti, giorno dopo giorno, di fronte a una persecuzione senza fine.
Mari E. 

sabato 13 settembre 2014

Some prefer cake: a Bologna la ricchezza del cinema lesbico

Bologna, dal 17 al 21 settembre Some prefer cake, ottava edizione del festival del cinema lesbico, con un ricco programma, quest'anno dedicato ad Audre Lorde. Scrivono Luky Massa e Marta Bencich:
Audre Lorde ci ha accompagnate e ispirate negli anni con la forza della sua opera e della sua etica, dal convegno "Il valore della differenza", che abbiamo organizzato a Bologna nel 2006, fino a quest’anno, in cui finalmente vediamo pubblicate due delle sue opere in italiano:
Zami - che in italiano ha per titolo
Zami. Così riscrivo il mio nome: una biomitografia, a cura di Liana Borghi per la traduzione di Grazia Dicanio (Edizioni Ets), e Sorella Outsider
e Gli scritti politici di Audre Lorde, per la traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida (Edizioni Il Dito e la Luna). Entrambe le pubblicazioni verranno presentate all’interno del festival.
A dare il suo volto all’ottava edizione di Some Prefer Cake è Ruby Rose, vj per MTV Australia, dj, modella, conduttrice tv, attrice e ora anche regista, dichiaratasi lesbica fin dall’età di 12 anni: un inno alla visibilità, che da sempre è lo strumento più efficace per decostruire modelli e stereotipi e per creare la nostra comunità.
46 film, di cui 23 prime italiane, 10 lungometraggi narrativi e tante biopic, quest’anno davvero numerose e significative, creano un mosaico di ritratti di lesbiche e donne straordinarie che hanno segnato il pensiero e la cultura degli ultimi decenni. La scrittrice francese Violette Leduc, la pittrice cino-americana Bernice Bing, la teorica chicana Gloria Anzaldúa, la coreografa statunitense Elizabeth Streb, la scrittrice afroamericana Alice Walker, l’attivista femminista parigina Thérèse Clerc e la scrittrice finlandese di libri per l’infanzia Tove Jansson. E non dimentichiamoci la poeta americana Elizabeth Bishop e l’architetta brasiliana Lota de Macedo Soares, raccontate superbamente dalla fiction Reaching for the Moon, a SPC 2014 in prima italiana.
In ogni edizione esploriamo un nuovo paese e dopo l’India e la Cina quest’anno volgiamo il nostro sguardo all’Argentina, che con due film della regista Liliana Paolinelli e un documentario sul gruppo punk femminista Kumbia Queers ci travolge col suo spirito estroso, surreale ed eccessivo, ma anche molto franco e concreto. Come ogni anno, oltre ai film, Some Prefer Cake propone ospiti internazionali, incontri con le registe, presentazioni di libri, mostre, performance, aperitivi con dj-set, l’official party.
Fra lesbiche punk che suonano la cumbia, nonne kung fu, acrobate in volo, pinguine testarde, lesbiche zombie e regine follemente innamorate continuiamo a celebrare la ricchezza del cinema lesbico!

martedì 9 settembre 2014

Ancora sullo Jugendamt: 5 anni di sofferenza per perdere mia figlia

Germania: il meccanismo infernale delle case per donne maltrattate. Via mail mi giunge questo scorcio di tanti, troppi anni di sofferenza, che desidero condividere qui. Ancora una volta non si tratta di violazioni dei diritti in situazioni di dittatura o di regimi militari, ma nel cuore dell’Europa, nel paese che troppo spesso gli ignari prendono a modello:
“venuta in Germania per una specializzazione post-universitaria ho conosciuto un tedesco con il quale mi sono sposata e ho avuto una bambina. Una bambina binazionale che avrebbe dovuto crescere bilingue, una piccola europea. Purtroppo, dopo la nascita della bambina, mio marito ha avuto  crisi durante le quali gridava e mi picchiava, a volte anche in presenza della bambina. Uno degli episodi al quale ha assistito la piccola è stato anche uno dei più violenti. Sono stati proprio i suoi occhioni sbarrati a far sì che suo padre si fermasse, le ordinasse di andare in camera sua e smettesse di picchiarmi. Per qualche ora. E’ uscito ed al suo rientro sembrava si fosse ravveduto, o per lo meno calmato. Invece, verso sera, in camera da letto, pretendeva che gli dicessi che andava tutto bene e che non era successo niente. Alla mia risposta che non avrei sopportato oltre la sua violenza e che avrei iniziato a gridare in caso di ulteriore aggressione, ha iniziato a gridare lui. E anch’io.

Il business transnazionale dei bambini che vanno in Germania

Con questo post desidero condividere con voi una lettera recentemente inviata alla Corte Europea per i Diritti Umani.
Si tratta di un ricorso che sappiamo essere "sulla scrivania" da anni, ma che pressioni (interne o esterne?) evidentemente politiche vogliono impedire riveli la verità dei fatti e delle violazioni, cioè dell'interesse economico della Germania nel trattenere tutti i bambini delle coppie binazionali, usando gli strumenti comunitari per costruire una legalità di facciata.
Il genitore non tedesco viene criminalizzato dalle sue proprie autorità, le quali eseguono senza verificare le richieste tedesche e lo riducono sul lastrico inviando in Germania tutto il suo patrimonio, la sua pensione e la sua eredità, così come la Germania è riuscita ad imporre con successo all'intera Europa grazie ai Regolamenti.
Anche il titolo "diritto di famiglia" è meramente formale: si tratta di un business miliardario che i Tedeschi si preoccupano di celare, criminalizzando chiunque si opponga o cerchi di rivelarloLa sorte di Olivier Karrer, presidente dell'Associazione CEED (Conseil Européen des Enfants du Divorce), è emblematica.
Per maggiori informazioni consultare il sito che descrive il funzionamento dello Jugendamt. E questa è la lettera:

Milano, 31.07.2014

Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU)
Consiglio d’Europa
Avenue de l’Europe
67075 Strasbourg Cedex
Francia

Ricorso n. XXXXX/2010            
Colombo c. Italia e Germania

Egregi Signori della Corte Europea per i Diritti Umani
Egr. Dott. Cancemi,

con la Sua lettera del 4 luglio 2014 ci chiede di informarLa sugli ultimi sviluppi della mia situazione, poiché le ultime informazioni risalgono al dicembre 2013.
Innanzi tutto La prego di notare che il mio primo ricorso risale alla fine del 2010/inizio 2011; si trattava e si tratta di un ricorso dal carattere prioritario poiché tratta delle violazioni die diritti fondamentali perpetrati contro dei bambini, i miei bambini. Nel 2010 mio figlio Nicolò aveva 8 anni, da allora sono passati 4 anni, cioè la metà della sua vita. Mi permetta di far notare che l’atteggiamento della Corte attraverso questo ritardo non corrisponde a una difesa dei diritti fondamentali, cosa che invece che dovrebbe essere –così credevo- la finalità di questa Corte che avevo adito con fiducia.
Rispetto al dicembre 2013 nulla è cambiato; i miei figli sono condannati a vivere in Germania con il genitore con il quale non avevano mai vissuto dopo la separazione, cioè con il genitore che esercitava un diritto di visita e pertanto non aveva nemmeno il titolo –stando alla Convenzione e al Regolamento- per richiedere il rimpatrio. Il genitore che era stato reputato dal giudice e dallo psicologo [tedeschi] inidoneo ad occuparsi quotidianamente dei bambini [a essere il collocatario] si è ritrovato ad avere un diritto che non deteneva, ma del quale è stato “omaggiato” per poter trattenere i bambini in Germania. Il Tribunale italiano ha “dimenticato” che la finalità della Convenzione e del Regolamento è quella di ristabilire la situazione di vita dei bambini precedente al trasferimento e non di sconvolgerne la vita.

sabato 6 settembre 2014

Sulle vie della parità: concorso nell'ambito del progetto per la Toponomastica Femminile

Un progetto che ci sta molto a cuore, nato in contemporanea, e nell'alveo, della discussione che condusse anche al progetto della Rete delle reti femminili. E senz'altro fra i progetti più interessanti e creativi, per un riequilibrio di genere nell'educazione e nella cultura, che si siano visti negli ultimi anni, portato avanti con inesauribile energia dalla sua ispiratrice, Maria Pia Ercolini
Ora Toponomastica femminile, fra le numerose iniziative promosse, giunge alla seconda edizione di un bellissimo concorso promosso in collaborazione con la Federazione Nazionale degli insegnanti: rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, inclusi atenei ed enti di formazione, è finalizzato a riscoprire e valorizzare il contributo offerto dalle donne alla costruzione della società:

Attraverso attività di ricerca-azione svolte da ragazze/i si vogliono individuare e descrivere percorsi culturali e itinerari di genere femminile in grado di riportare alla luce le tracce delle donne nella storia e nella cultura del territorio, modelli di valore e di differenza sui quali riflettere e ai quali attingere nell’opera complessa della costruzione dell’identità maschile e femminile. Le giovani generazioni non sempre sanno che la cittadinanza femminile, asimmetrica per millenni, è una recente conquista. E che, anche dopo avere ottenuto il diritto di voto, le donne italiane hanno continuato ad essere sottoposte alla patria potestà senza poter accedere a molti ruoli della Pubblica Amministrazione. Le disparità, mai colmate del tutto nonostante il richiamo alla parità di diritti della nostra Costituzione, pongono la necessità di ripercorrere la storia delle battaglie e delle conquiste di altre generazioni, sia attraverso i segni che le donne hanno lasciato sul campo, sia attraverso l’assenza di segni, la cancellazione della memoria, verificabile anche nella toponomastica. A partire dall’osservazione della città, del quartiere e delle sue strade, delle aree verdi, pedonali e ciclabili, dei musei, dei luoghi pubblici e condivisi, la proposta intende promuovere la ricerca storica e l’analisi del patrimonio culturale, ambientale e civico e riscoprire le donne che si sono distinte per le loro azioni, per l’attività letteraria, artistica e scientifica, per l’impegno umanitario e sociale o per altri meriti. Riflettendo sulle ragioni delle intitolazioni presenti e assenti, le/gli studenti impegnate/i nel lavoro di ricerca-studio saranno stimolate/i a sviluppare il lavoro in modo autonomo, critico e responsabile, collaborando alla vita sociale nel rispetto dei valori dell’inclusione e dell’integrazione.
Il carattere trasversale della toponomastica e dello studio del territorio offre numerose opportunità didattiche di integrazioni interdisciplinari e nel contempo permetterà a bambine e bambini, a ragazze e ragazzi di sviluppare forme di cittadinanza attiva e di partecipazione alle scelte di chi amministra la città.
Scuole/atenei/enti di formazione dovranno inoltrare i lavori completi e la relazione docente entro l’8 marzo 2015.

Sognare: di liberare il presidente Obama; e quelli come lui

Caro Presidente Obama,
(…) Tutti noi ricordiamo ancora le sue parole, nel lontano 2009 all’Università del Cairo, che annunciavano un nuovo inizio nelle relazioni tra gli USA e gli altri paesi, per la ricerca della pace e per il rispetto dei diritti universali, tanto da conquistare un Premio nobel per la Pace alle sue intenzioni. La speranza di tutti era che quelle parole avessero dietro la volontà e la decisione di un radicale cambiamento di politiche, di strumenti e di investimenti. I fatti succedutisi da allora ad oggi, affermano che ci eravamo sbagliati: ancora si pensa che pace, sviluppo, sicurezza siano raggiungibili con più armi. Più guerre, più morti, più profughi, più occupazioni.
La vera verità, quella che non si può dire, è che il nostro sistema politico, ahimè lei compreso, dipende da un potere che sovrasta le nostre democrazie, fatto di lobby potenti che hanno nell’industria degli armamenti il mezzo per condizionare l’economia, l’accesso alle fonti energetiche e la vita di uomini e donne. 
Queste lobby ed i loro interessi impediscono di fare la cosa giusta: impediscono il consolidamento della democrazia, del diritto internazionale e della soluzione politica dei conflitti. Lei, come Presidente degli Stati Uniti d’America non può mantenere le promesse e le aspettative che la sua elezione e rielezione hanno generato nel mondo perché deve percorrere una strada già disegnata da altri e con pilota remoto. (…)
Di fronte alla crisi economica del suo paese lei non ha perso tempo, investendo miliardi di dollari nella creazione di nuovi investimenti produttivi per ricreare occupazione. Ha sfidato altre lobby ed il Congresso americano per estendere l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini americani, per garantire maggiori diritti agli immigrati, per ridurre le disuguaglianze.
Perché, quindi, non fare lo stesso a livello globale, e non investire in una economia globale sostenibile per sconfiggere la povertà, le ingiustizie, le guerre, anziché richiedere più armi per la nostra sicurezza?
La storia ci insegna che pace, sviluppo, sicurezza si raggiungono e si mantengono se le istituzioni nazionali e sovranazionali riescono a dare risposte concrete a uomini e donne che soffrono perché senza lavoro, senza assistenza sanitaria e sociale, senza possibilità di esprimersi liberamente, senza più un futuro per i loro figli o senza una patria. Le sole armi che dovremmo usare sono quelle della ragione, del diritto e del rispetto reciproco.
Non ci chieda d’investire ancora in armi, non lo possiamo più fare, noi e gli altri non ce lo possiamo più permettere. Siamo circondati da guerre, da uomini e donne che fuggono in cerca di una nuova vita, le nostre economie sono al collasso. Ogni euro deve essere investito per il bene, per la giustizia, per la pacificazione e per lo sviluppo sostenibile, per tutti e per tutte. Non per difenderci da un nemico che alla fin fine non è altro che la nostra ombra, la cui distruzione è anche la nostra. Ci permetta una metafora: abbiamo gli stessi obiettivi, i suoi sogni e le sue speranze sono le nostre. Lei però è in ostaggio e la nostra missione è di liberarla, per il bene e per la pace del pianeta.

Questa lettera è stata scritta nel marzo scorso dalla Rete della Pace, in occasione di una visita europea del presidente Obama. Riguarda non solo lui, ovviamente; dice cose molto vere e non è mai scaduta.
Ricordiamo qui la manifestazione nazionale del 21 settembre 2014, indetta a Firenze per la soluzione pacifica dei numerosi conflitti che stanno devastando il pianeta.
Comitato Promotore:  
• Per contributi alla realizzazione della manifestazione:  IT27U0501803000000000163157
E a tutti diciamo - pace, sostenibilità, equità di genere: ora di creare un solido asse fra questi attivismi.

venerdì 5 settembre 2014

Abbiamo bisogno di pace e non di corruzione e guerre. Una parola decisiva contro gli F35

Serve ricordare come le donne, oltre a essere le più colpite dalle conseguenze di ogni guerra, siano anche le più estranee alle decisioni catastofiche che la politica dominante prende costantemente, in merito ad armamenti e gestione dei conflitti? Riguardo all'assurda spesa per gli F35, è lo stesso Pentagono a sottolinearne le debolezze; il loro acquisto ha una sola efficienza certa: far girare molti soldi, a vantaggio di pochi, sottraendoli a necessità ben più urgenti.  
Chiediamo al Governo e al Presidente del Consiglio di dire No agli F-35
Invitiamo a fare rete fra gli attivismi. Invitiamo a partecipare alla manifestazione per fare un #passodipace, il 21 settembre a Firenze.
E invitiamo a diffondere la campagna Taglia le ali alle armi e a sottoscrivere l'appello della Rete per il disarmo:
La società italiana è divisa su molti temi ma sugli F-35 ha mostrato un'opinione se non unanime, almeno ampiamente condivisa e trasversale: 
in grandissima parte pensa che portare avanti il programma di acquisto degli F-35 sia un errore. Non sono solo le reti pacifiste a chiedere la cancellazione del programma, le decine di enti locali che sostengono la campagna Taglia le ali alle armi, le oltre 90mila persone che hanno sottoscritto i suoi appelli e partecipato alle sue iniziative, ma personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, giornalisti, persino ex militari. Un recente sondaggio Demopolis per La7 colloca al 57% l’accordo diffuso per (quantomeno) una riduzione degli acquisti di caccia.
La crisi non accenna a fermarsi: la disoccupazione ha raggiunto il 13% complessivo e il 42,3% tra i giovani sotto i 25 anni, mentre le politiche di austerità imposte dall’Europa invitano gli stati membri a effettuare tagli draconiani alla spesa pubblica, in primo luogo a quella sociale. Si taglia su tutto ma non sulle spese militari. Se proprio dobbiamo fare dei tagli facciamo quelli giusti! Eliminiamo i veri sprechi: rinunciamo agli F-35. Oggi più che mai abbiamo bisogno di pace e di non guerra, di servizi sociali e non di armi, di sicurezza sociale e non di missioni militari. La società italiana reclama democrazia, riforme tangibili e scelte coraggiose: chiede di cambiare verso in modo chiaro, senza ambiguità, senza esitazioni e nella direzione giusta.
Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe uno dei modi migliori per dimostrare che le promesse di cambiamento vengono mantenute, che la distanza tra la società e chi la governa può ridursi, che una volta tanto i diritti della maggioranza dei cittadini possono prevalere sugli interessi e i privilegi delle caste militari e delle aziende che producono strumenti di morte.
Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe oggi una scelta davvero popolare ma dal Governo e dal Parlamento arrivano segnali discordanti e contraddittori, dichiarazioni e prese di posizione che un giorno sono incoraggianti e il giorno dopo riconfermano gli errori degli ultimi anni.
Chiediamo al Governo e al Presidente del Consiglio di non tergiversare e fare una scelta chiara: dicano No agli F-35, scelgano di far decollare il lavoro e di mettere le ali ai diritti sociali.
Fermate il programma dei Caccia F35




giovedì 4 settembre 2014

Beyoncé: troppo sexy per essere una "perfetta femminista"? Almeno lei sa chi ringraziare. Ma c'è di più

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Sapete cosa? Beyoncé non è affatto una "femminista" improvvisata, "tanto per farsi pubblicità". E come icona femminista era già stata incoronata da uno dei più attivi magazine femministi internazionali. Ma ora - aggiungiamo, in seguito all'ignorante campagna che ha cooptato molte giovani donne sull''Hashtag #IdontneedFeminism, aggiungiamo: almeno lei sa chi ringraziare.
E anche: sulla vicenda c'è molto, molto da riflettere.
Per questo, sul tema, vi segnaliamo questo pezzo uscito su Ms Magazine:
Qualunque siano stati i dibattiti, riguardo all'auto-identificazione femminista di Beyoncé, nessuna dichiarazione è stata più audace di quella resa da lei stessa ponendosi sul palco davanti alla parola illuminata "Femminista", di fronte a un pubblico di milioni di persone che assistevano al MTV Video Music Awards show del 24 agosto 2014.
Come osserva Anita Little (direttore associato di Ms. Magazine):
Beyoncé è inestimabile per il femminismo, perché lo trae dai margini del dialogo pubblico e lo getta nel cuore della visione popolare, costringendo le masse a confrontarsi sia con questo termine sia con il suo significato. Che la gente accetti oppure critichi il suo femminismo, questo è marginale rispetto al fatto che, almeno, tutti ne stanno parlando.
Si tratta di un punto veramente cruciale da considerare, soprattutto alla luce di come Beyoncé ha riformulato questa parola per la pubblica discussione. Il primo giorno di scuola di questo nuovo anno scolastico ho fatto in modo di discutere la cosa: e molti studenti si sono detti entusiasti che la pop star avesse abbracciato quel termine. 
Allo stesso modo, molti di loro sono stati ambivalenti, riguardo all'abbracciare l'identità femminista, proprio perché gli stereotipi inculcati sulle femministe, nelle menti della maggior parte delle persone (come presunte odiatrici di uomini; poco sexy, poco attraenti, prepotenti) li mettono in condizioni di vederle in termini negativi.
Beyoncé, come un autentico sex symbol che si esibisce nel suo elemento sul palco, mentre il marito si prende cura del figlio, è riuscita a capovolgere il copione e ha aperto considerevoli brecce nell'immaginario pubblico sul femminismo. Ma, se molti ne hanno elogiata l'audacia, altri ancora non possono adattare le loro menti all'idea che Beyoncé si possa identificare come femminista. È quel suo stile sexy. Lei è troppo sexy; troppo eteronormativa, troppo omologata a uno sguardo maschile nel suo spettacolo sessualizzato.
Ma cosa intendiamo dire esattamente? Forse che una femminista non può essere sexy? Vorrei approfondire questo paradosso (se si tratta davvero di questo).
La "confusione" fatta da alcuni, o addirittura il rifiuto, di Beyoncé come icona femminista appare un tantino razzistica. Rispondendo alle proteste di Ferguson, seguite all'uccisione del diciottenne Michael Brown, in un recente pezzo per il Washington Post il commentatore sociale Touré ha evidenziato l'onere che pesa sugli afro-americani, nel dover soddisfare le aspettative della "vittima perfetta": nell'immaginazione pubblica, la vittima nera che cade uccisa dalla polizia bianca o da civili (Trayvon Martin, Michael Brown, Renisha McBride, Jordan Davis) non deve aver mai fatto nulla di male, nulla che possa suggerire che forse si meritava di morire.
In una certa misura, l'aspettativa che le vittime nere debbano essere "perfette" - martiri o crociati della giustizia (pensiamo a Rosa Parks o a Claudette Colvin), vale anche in altri campi.  
Beyoncé non è considerata una "perfetta femminista"; dunque la sua adeguatezza come icona del femminismo può essere contestata. Proprio come la criminalizzazione rende imperfetta la gioventù nera, così fa la troppa sessualizzazione delle donne nere. Storicamente, la sessualità femminile nera è costruita su un binario semplicistico: o il Jezebel ipersessuale, incontrollabile, oppure la vittima oppressa di stupro. E se consideriamo le nostre icone femministe nere del passato (Sojourner Truth, Harriet Tubman, Rosa Parks, Shirley Chisholm, Angela Davis) non sono generalmente note per la loro sensualità. Sono semmai quasi mascolinizzate o desessualizzate, al fine di mantenere le proprie credenziali femministe.
Ecco perché il discorso di Beyoncé su sessualità, sesso e sensualità ha un potenziale liberatorio. Sì, come dice bell hooks, il suo coinvolgimento con un sistema suprematista bianco, capitalista e patriarcale di bellezza e sensualità (dai suoi boccoli biondi ai suoi ritratti convenzionali eteronormativi) non propone nuove narrazioni della liberazione sessuale. Ancora, voglio insistere ancora su questo, perché è proprio la sua appropriazione di valori capitalistici e suprematisti bianchi, che le ha permesso di costruire il suo potere economico, culturale e aziendale. Come donna nera, in un'industria musicale infame per sfruttamento e marginalizzazione delle doti musicali delle donne nere, in ciò Beyoncé ha già compiuto un'impresa straordinaria, e può ora esprimere un'identità femminista su un palcoscenico mondiale - qualcosa che pochissime artiste pop femminili si possono permettere.
Nel suo potente libro Usi dell'erotico: l'erotico come potenza, Audre Lorde ha scritto:
Ci è stato insegnato a sospettare di questa risorsa [erotica], vilipese, maltrattate e svalutate all'interno della società occidentale. Da un lato, l'erotico superficiale è stato incoraggiato come segno di inferiorità femminile; dall'altro, le donne sono state indotte a soffrirne e sentirsi spregevoli e sospette in virtù della sua esistenza.
Beyoncé parla precisamente di questo punto, nel suo recente video dietro le quinte (la parte 4, dal titolo "liberazione"):


dice che lei abbraccia l'erotico, soprattutto da quando è diventata madre: vuole mostrare al mondo che la sua sensualità non può essere ridimensionata in quanto lei è ormai una "rispettabile" moglie e madre. Curiosamente, è stata proprio la sua infame "pole dance", durante lo show VMA, che ha causato costernazione fra alcune femministe. Ma Beyoncé ha trovato ispirazione per la sua canzone "Partition" con spogliarello video, guardando un vero streap tease al Crazy Horse di Parigi (un regalo di compleanno per l'allora-fidanzato Jay Z) e fantasticando di vedere se stessa fra queste donne, il che indica (oltre a una certa solidarietà con le donne che lavorano nell'intrattenimento sessuale) la volontà di celebrare ciò che è femminile e sessuale, e anche un'ammissione di essere lei stessa coinvolta dallo spettacolo di donne sexy. Cioè da esposizioni destinate allo sguardo maschile, ma ove Beyoncé reclama lo sguardo per sè.
Questo scenario erotico non significa "inferiorità femminile" né qualcosa di "spregevole e sospetto". Beyoncé ha deliberatamente messo in scena "Partition", al VMas, subito prima di presentare il suo inno femminista “Flawless": 


che richiama le parole dell'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, dal suo TED Talk "Tutte noi dovremmo essere femministe": 


"noi insegnano alle ragazze che non possono essere persone sessuali, come lo sono i ragazzi". Come Beyoncé chiede nella sua canzone "Partition": tu ami il sesso? ...traduzione "persa" [cit. di Lost in translation, ndr] allo scopo di questo saggio: "Le femministe non amano il sesso?".
Nella mia intervista con Adichie (numero di Ms dell'estate 2013), lei dice di cercare di evitare etichette "femministe" (benché si riconosca come tale), perché simili etichette possono essere "prescrittive". Speriamo che, da femministe, riguardo all'adesione pubblica al femminismo di Beyoncé, non ci faremo troppo impantanare da simili prescrizioni. 
Forse lei non sarà perfetta nella sua espressione femminista. Ma se è la sua sensualità a dequalificarla, è tempo di ripensare alla nostra narrazione del femminismo.
Traduzione di Politicafemminile