domenica 31 agosto 2014

Mai abbassare la guardia: spazzato via in Francia il Ministero dei Diritti delle Donne. Sosteniamo le donne francesi

#ContreLaDisparitionduMinistèredesDroitsdesFemmes A soli 2 anni dalla sua istituzione, il Ministero francese per i diritti delle donne - che già dava importanti frutti - è stato soppresso.
La Ministra è sostituita da un Segretario di Stato  e il Ministero declassato a una sottosezione degli Affari Sociali e per la Salute (! il che ci ricorda moltissimo, non è vero??). Questo benché il presidente Holland si fosse impegnato a istituire il nuovo Ministero e a mantenerlo (almeno) per tutta la durata del suo mandato.
Ma alle ultime elezioni amministrative la vittoria delle destre ha potenziato le forze retrive e - facciamocene una ragione - le ideologie autoritarie non saranno MAI al fianco delle donne. E già che ci siamo, ai libertari che davanti all'oppressione femminile non si commuovono MAI, diciamo: di quelle ideologie vi rendete complici. Ma torniamo alla Francia: a Parigi, il 28 agosto, decine di attiviste hanno  realizzato a sorpresa un funerale in protesta per la scomparsa del Ministero.
Donne del Collettivo nazionale per i diritti delle donne (CNDF), il coord. francese della Lobby europea delle donne, delle Féministes en Mouvement, di Osez le feminisme! e delle Femen hanno depositato una corona con la scritta "Ministero dei diritti delle donne, il nostro eterno rimpianto".
Non è stato possibile indire una manifestazione, perché l'azione era stata addirittura vietata dalla Prefettura; ora una vera manifestazione è in preparazione per martedì 2 settembre 2014.
Diamo una mano alle amiche francesi, diffondiamo questa notizia e l'evento su facebook, sosteniamole e facciamo nostra la loro lettera al Presidente Holland, firmando in massa la loro petizione; ecco il testo in italiano: 
Signor Presidente della Repubblica,
avendo Lei di recente dichiarato di essere favorevole a un governo serrato, Le chiedimo di impegnarsi a confermare in via definitva il Ministero dei Diritti della Donna e di assicurare la parità nell'esecutivo fino alla fine del Suo mandato quinquennale.
Il 7 Marzo 2012, presso La Cigale, Lei si era assunto l'impegno di creare un Ministero dei diritti delle Donne, e ha poi mantenuto la parola data. Per due anni, l'esistenza di questa struttura, che abbiamo ottenuto grazie ai nostri voti, ha consentito allo Stato di avviare un cambiamento di mentalità e nelle vite delle donne. Ma il cambiamento non si fa in due anni, tanto meno senza soldi. Molte opere sono ancora da avviare; e noi sappiamo che, in termini di diritti delle donne, mai niente è definitivamente acquisito.
La costituzione di un governo paritario, nel 2012, è stato un segnale forte in direzione dell'uguaglianza fra donne e uomini in politica. La parità a tutti i livelli deve essere affermata come un principio che non può essere derogato. I nostri collettivi auspicano che sia rigorosamente rispettata.
La giornata dell'8 marzo, di lotta per i diritti delle donne, è stata segnata da proteste femministe in tutta la Francia. Queste mobilitazioni, e la vivacità del movimento, testimoniano elevate aspettative in termini di uguaglianza e di libertà per le donne.
Ecco perché ora Le chiediamo solennemente di impegnarsi a mantenere il Ministero dei Diritti delle Donne, e ad aumentare sensibilmente il bilancio destinatogli, e a rispettare la parità in qualsiasi rimpasto di governo.
Voglia gradire, Signor Presidente della Repubblica, i sensi della nostra più alta considerazione.

Vi segnaliamo inoltre questo articolo/lettera aperta a Manuel Vals, il Primo Ministro francese. 

venerdì 29 agosto 2014

Il maschilismo del Corriere della Sera

Sfoglio il settimanale Sette, del Corriere della Sera: l'allegato "serio", quello dedicato all'attualità e alla politica. E l'occhio mi cade sul colophon. 

E dato che stavo disegnando (avevo accanto delle matite colorate) distrattamente, mentre scorro i nomi degli autori, coloro di azzurro quelli maschili e di rosa i femminili. Ed ecco il risultato: 
Opinioni
Uomini: 13 • Donne: 3 (una delle quali vignetta e un'altra posta del cuore). 
Attualità
Uomini: 14
Donne: 3
Sette estate 
Uomini: 15
Donne: 8 (includendo oroscopo e moda).
Eppure mi risulta che di donne in grado di parlare di attualità e politica, e di dare opinioni, ce ne siano molte. Ma le loro conoscenze se le tengano per sé. Pazienza se non hanno voce sui grandi quotidiani; hanno sempre gli spazietti dedicati sulle riviste femminili, o sulle loro varianti politiche (i "blog femminili" che ormai hanno tutte le testate).
Vabbè, ho pensato con un sospiro. Ma - caso vuole, l'occhio mi cade anche sulla pagina a fianco, ove una pubblicità dichiara a gran voce: AVER LA CONOSCENZA E NON POTERLA USARE E' COME AVER LE ALI E NON POTER VOLAREE così ho deciso di fare questo post.



venerdì 22 agosto 2014

Tragedia Ebola: un problema che riguarda tutti, per affrontarlo partiamo da noi

Cosa succede al mondo? ad alzare lo sguardo oltre i confini della nostra penisola pare veramente di essere entrati in un circolo vizioso para-apocalittico. 
Dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Africa subequatoriale a quella occidentale si assiste ad una disperazione infinita causata dall’uomo all'uomo, come nel caso delle incredibili, atroci guerre alimentate dai fanatismi dell'ISIS. Mentre Hamas e Israele, per citare solo alcuni dei pessimi interpreti di questa tragedia quotidiana, o gli ex connazionali in guerra in Ucraina alimentano un bollettino di morte che non accenna a finire. A questo tumulto civile si aggiunge l’epidemia di ebola: si contano già oltre 1.350 morti in Liberia, Guinea, Sierra Leone, ed ora anche in Nigeria, è un incubo che si estende sfiancando i volontari che si prestano da decenni a rendere meno impossibili le vite di quei martoriati popoli. 
Può sembrare quasi una speculazione intellettuale - o azzardata - mettere in relazione questi diversi mali estremi del mondo, ma non lo è se si considera come  il mondo oggi sia, non solo un organismo naturale unico (come lo è qualunque ecosistema), ma anche un sistema integrato di stati sempre più fortemente interconnessi tra loro, dai confini sempre più labili.
Non a caso la prima reazione al virus di ebola è stata la chiusura delle frontiere e l’aumento dei controlli del traffico aereo di merci e persone. Scelta sacrosanta e doverosa, per non estendere l’epidemia ad altri paesi oltre a quelli già contagiati. Ciò però non può bastare a risolvere il problema. Fin da subito, anche se in maniera discontinua, USA, UE e Cina si sono attivati per portare soccorso ai paesi colpiti (tra i quali, non dimentichiamo, la Nigeria rappresenta forse la più importante economia africana assieme al Sud Africa), ma, nei fatti, in loco sono rimaste solo le ONG come il CUAMM (Medici con l'Africa, che ha attivato una raccolta fondi) e MSF. Nei giorni scorsi l’OMS ha ammesso che l’epidemia è stata sottovalutata  - basti vedere quanto si è aggravata la situazione in un solo mese; questo grafico è del 23 luglio:
- e che servono maggiori attenzioni, partendo dalla necessità di aumentare il personale preparato. Serve un impegno diretto dei sistemi sanitari occidentali, com’è già successo in passato per malattie che falcidiavano le popolazioni del terzo mondo e rappresentavano un rilevante pericolo per quelle dei paesi sviluppati.
Non è solo una questione di umanitaria misericordia, dunque, ma sta anche nell’interesse egoistico di ciascuno di noi che questo male sia debellato. E’ notizia di ieri che il dottor Kent Brantly, contagiato dal virus mentre era in missione in Liberia, sia stato dimesso dall’ospedale di Atlanta, pare grazie al siero sperimentale ZMapp, così come si sono visti grandi progressi sull’infermiera Nancy Writebol. La notizia è eccezionale, perché per la prima volta mette in dubbio che il virus non sia curabile. Ma, anche se la casa farmaceutica dichiara di aver fornito ai paesi africani le sue scorte gratuitamente, aggiunge di non essere pronta a produrre il siero su larga scala. E allora, qui e ora devono intervenire i governi occidentali, finanziando la conclusione della ricerca e garantendo che il siero sia celermente riproducibile su base industriale. Costa? certo, intervenire ha sempre un costo; ma, se dobbiamo fare domande ciniche, forse è bene chiedersi anche che costi ha l'epidemia, e dove ci porterebbe continuare a sottostimare il problema.


Più in generale, va ripensato l’intero ordine mondiale. La situazione di così grave squilibrio, in un mondo divenuto così piccolo per cui ogni accadimento, anche lieve, può incidere ovunque sul pianeta, necessita una profonda revisione della politica estera e internazionale. E' ora di finirla di sedersi sull'assioma che i (pochi) Paesi ricchi possano utilizzare la maggior parte delle risorse dei (molti) paesi poveri, spesso alimentandone le crudeli dittature, chiudendo gli occhi di fronte a evidenti ingiustizie per ragioni di immediato interesse politico e/o di sfruttamento economico: tutto ciò non solo non è più tollerabile dal punto di vista morale, ma neppure più sostenibile, lo ripeto, nello stesso interesse di chi di questo squilibrio ha sempre approfittato. Questa disomogeneità costringe i paesi occidentali a costosi interventi militari, spesso forieri di guai peggiori, o altrettanto costosi sforzi umanitari: missioni di ogni genere, sempre provvisorie, mai risolutive. 
Serve un nuovo piano di sviluppo per tutto il pianeta,  su nuovi paradigmi economici e culturali, a vantaggio di uno sviluppo sostenibile non solo a parole, a sua volta perseguibile solo con la riduzione delle diseguaglianze. Possiamo cominciare dal rivedere questo nostro modo di intendere la soluzione dei problemi restringendo il campo, fino a ridurlo a quello del nostro giardino. Solo così potremo allargare  quella visione provinciale che troppe volte fa del nostro Paese uno stato piccolo piccolo. 
Laura Puppato

martedì 19 agosto 2014

Le donne in guerra non sono solo in prima linea, ma diventano esse stesse il campo di battaglia

"Non appena l’Iraq è sceso in guerra, le donne non sono state semplicemente in prima linea: loro sono diventate il campo di battaglia stesso" (Yifat Susskind*, sul Guardian).
Secondo il Rapporto Mondiale 2014 sull'Iraq, le donne sono prese di mira da tutte le forze militari – quelle di sicurezza governative e quelle islamiste - stuprate e torturate anche allo scopo di intimidire o punire i membri maschi della famiglia. 
La voce di Yanar Mohammed trema in modo evidente, mentre alza il telefono. Si scusa e si prende un momento per ricomporsi. E’ rimasta turbata da qualcosa che ha appena visto in Tv. È difficile immaginare che un’attivista come lei si lasci spaventare. La rete dei rifugi sotterranei che gestisce attraverso la sua organizzazione non profit per la libertà delle donne in Iraq, era stata pensata, originariamente, per proteggere le donne da delitti d'onore e abusi domestici. Ora è inondata di rifugiati. (…) Il conflitto tra il governo iracheno e il juggernaut fondamentalista islamico, o “stato islamico”, ha consumato la maggior parte del paese, nonché parti della Siria e Kurdistan - e i combattimenti sono in continua escalation. [E -  per le donne, niente, niente, niente di nuovo sotto al sole, ndr]. Venerdì 8 agosto, inviando armi e aerei da guerra al Kurdistan, anche gli USA sono entrati nella mischia, nella speranza di fermare quello che Obama ha definito un potenziale genocidio.
Originariamente chiamato stato islamico dell'Iraq e Sham o ISIS, il gruppo fondamentalista islamico prende forma nell'aprile 2013, guidato dall’ex-comandante qaedista Abu Bakr al-Baghdadi. I ribelli separatisi da Al-Qaeda hanno sconvolto il mondo con la loro spaventosa avanzata militare e la brutale persecuzione dei cristiani e altre minoranze religiose. Oltre al terrore e agli ininterrotti bombardamenti, hanno inflitto torture, decapitazioni e addirittura crocifissioni. Mentre infuria la violenza, Yanar dice che molti dei suoi rifugiati sono sopravvissuti all'impensabile. "Quando ne parlammo in giugno, la gente non ci credeva, perfino i nostri sostenitori ci hanno scritto che non potevano credere a quanto raccontavamo; ma ora arrivano i video”. In uno di questi una ragazzina dice di essere  stata violentata dalle truppe di Iside (gruppo islamista, ndr).
In giugno, gruppi per i diritti umani hanno reso noto che gli islamisti erano andati porta a porta, a Mosul, a strappare le donne dalle loro case per violentarle li, spesso in pieno giorno. Lei e sua sorella sono state violentate mentre erano in casa con la madre. Yanar dice che è impressionante che una giovane donna irachena parli così apertamente del suo calvario. Le superstiti da stupri, in tutto il Medio Oriente, in genere sono zittite dalla paura o dall’ostracismo delle stesse famiglie, alcune vengono uccise dai mariti o da altri membri maschi della famiglia, per “lavare” la vergogna e lo stigma. Questo aiuta a capire perché, ad oggi, le organizzazioni dei diritti umani hanno difficoltà a verificare gli episodi di stupro nelle zone di conflitto. Tirana Hassan (ricercatrice senior della divisione emergenze presso Human Rights Watch), dice che lei non ha potuto vedere prove di violenza sessuale sistematica perpetrata dalle truppe islamiste che, nonostante le uccisioni di massa, sperano di vincere i cuori e le menti nelle regioni conquistate. Ma, aggiunge, la luna di miele non durerà a lungo: "questa non è che la fase iniziale della partita e, se guardiamo quanto avvenuto in Siria sotto il controllo di Iside, vediamo che il gioco è lo stesso". Oltre a quanto perpetrato dall’ ISIS, Tirana dice di aver visto molta violenza anche da parte del governo iracheno e da vigilantes affiliati a entrambi i lati, o con nessuno: "in sostanza, tu hai masse di predoni, che si rendono responsabili di ogni tipo di orrendi crimini. Ed è molto probabile che tra questi ci siano anche violenze sessuali". Se le donne che viaggiano in gruppi, o con i parenti maschi, sembrano relativamente sicure, non sappiamo il prezzo che devono pagare le donne sole. E storie tragiche si inseguono. (…) Yanar dice di aver visto in prima persona come i corpi delle donne diventano danni collaterali dei combattimenti. Racconta di una donna presa di mira perché vedova di un combattente islamico: abusata sessualmente da militari, fuggì presso un'organizzazione di aiuto umanitario solo per scoprire che, anche lì, non era protetta: "dopo aver ricevuto i primi aiuti umanitari, si è diffusa la notizia che era vedova di un guerriero di ISIS; a questo punto sono stati i soldati a perseguitarla. Ora la donna ora è sicuro, ma troppo traumatizzata per parlare”. (..) La maggior parte delle volontarie che lavorano nei suoi rifugi si sono "formate" sul campo: sono anch’esse superstiti di stupro, riparate lì in cerca di aiuto. (..) I volontari hanno potuto portare una ragazza superstite di stupro (che doveva abortire con urgenza, ndr) in una clinica. L'aborto sarebbe permesso in Iraq ma solo se il feto è menomato o se c’è pericolo di vita, con le nuove leggi tentare un aborto è rischioso. (..) Dal 2003, da ben prima che lo stato islamico giungesse al potere in Iraq, l’organizzazione di Yanar ha operato in questo modo - attentamente, in modo sotterraneo - per dare protezione alle donne dagli efferati effetti della discriminazione sessuale. I regimi vanno e vengono. "Ma il problema non è certo ciò che [il governo] consente o meno". Yanar ha imparato che, quando la legge non è dalla tua parte, sei costretta a fare le tue regole.

*Yifat Susskind è direttrice esecutiva di MADRE, organismo internazionale per i diritti umani delle donne che opera in collaborazione con le donne locali.

Il sito di Rudaw riporta le testimonianze di ragazze rapite per essere abusate sessualmente: in una telefonata clandestina una racconta di essere prigioniera dei soldati islamici, insieme ad almeno altre 200 donne yazide, nei pressi di Baaji, nella provincia di Mosul: "tre, quattro volte al giorno vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare alla testa (..) loro ne prelevano alcune e le portano ai loro emiri, che abusano di loro; quando tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate". Fra i singhiozzi la ragazza supplica chiedendo aiuto, chiede anche di colpire la prigione con raid aerei per seppellirle e farla finita. Qualcuna è riuscita a scappare ma il dolore le ha distrutte: una madre racconta che tre delle sue figlie si sono uccise gettandosi dal monte Shingal, dopo essere state violentate dai miliziani dello Stato Islamico.

sabato 16 agosto 2014

Il premier indiano: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie

Ecco cosa ha detto ieri il premier Narendra Modi, per il 68° anniversario dell’Indipendenza: "Moriamo di vergogna, quando sentiamo notizie di stupri. Coloro che commettono stupri sono pur sempre figli di qualcuno. Li si dovrebbe fermare prima che prendano la strada sbagliata. 
Già da quando hanno solo 12 anni, le nostre figlie si sentono sempre fare tante domande dai genitori: dove vai, cosa fai?... Ma questi genitori chiedono ai propri figli dove stanno andando? Perché non usiamo lo stesso criterio anche per i figli maschi? 
Contro gli stupratori la legge avrà un proprio percorso ma, come la società, anche ogni genitore ha la responsabilità di insegnare a suo figlio la differenza tra giusto e sbagliato.
Siamo nel XXI secolo e ancora non c'è nessuna dignità per le donne. È una vergogna che in India le donne debbano attendere l’oscurità per poter uscire all'aperto a fare i propri bisogni, e potete immaginare il numero di problemi che devono affrontare a causa di ciò? Non dovrebbe essere una cosa difficile, per il paese, costruire servizi igienici. Potrete criticarmi per aver parlato di bagni qui dal Red Fort. Ma vengo da una famiglia povera, so per esperienza cos’è la povertà. Ottenere dignità, per i poveri, inizia da qui. L’India deve sforzarsi di garantire che ogni famiglia abbia una toilette entro i prossimi 4 anni e che tutte le scuole abbiano entro un anno servizi igienici separati per ragazze e ragazzi, in modo che le nostre figlie non siano costrette ad abbandonare la scuola. I nostri atleti ci hanno portato un orgoglio immenso e sono orgoglioso che fra loro, che hanno conquistato medaglie, ci siano anche numerose ragazze (..)
Ci rendiamo conto della situazione fra i sessi? E chi ha creato questo squilibrio nella società? Non è certo l’Onnipotente! E faccio appello ai medici perché non uccidano i feti delle bambine, mi appello ai genitori: non sacrificate le vostre figlie nella speranza di avere maschi. So di genitori che hanno avuto cinque figli maschi e grandi case, ma che una volta vecchi ne sono stati cacciati; e ho visto famiglie con una sola figlia, che per prendersi cura dei propri genitori ha rinunciato a sposarsi”.
Naturalmente l’immagine del premier indiano Narendra Modi che si inchina alle donne, accogliendo la loro benedizione, non rappresenta pienamente la sua figura, per varie ragioni controversa. 
Ma la scegliamo in apprezzamento a questo discorso, che è storico: non solo perché ha molto posto l’accento sulle donne, ma perché ha finalmente richiamato – e questo è davvero degno di nota - alla necessità di rinnovare quella mentalità orientata al maschile, che è fonte primaria di tutte le difficoltà e della violenza scaricate sulle donne.
Nello stesso giorno in cui Modì ha fatto questo discorso, il vicegovernatore di Delhi, dicendo che il governo intende fornire alle donne consulenza legale, aiuto medico e ogni altro sostegno contro molestie e violenze, ha annunciato azioni della sua amministrazione: incremento della flotta di autobus, con 26 autobus speciali per le donne, formazione per ragazze e ragazzi dei villaggi, uno sportello per aiutare le vittime di molestie sessuali, un numero antiviolenza (181) attivo 24 ore su 24 collegato con tutte le 185 stazioni di polizia della città.
Ma chi risponderà a queste chiamate, in queste stazioni di polizia, sarà solidale con le donne o complice con gli aguzzini? Il punto che farà la differenza, appunto, sarà la capacità o meno di agire per un cambio di mentalità. Ecco perché la vera novità storica di questo discorso non sta tanto nel tendere una paternalistica mano alle donne, ma alla sua chiamata per un cambio di paradigma. Che non sta mancando di far discutere la Nazione.


Per inciso.. un discorso che sembra rispondere a un recente appello rivolto alla diplomazia indiana proprio da queste pagine: un invito che, siamo certe, sarà risuonato anche da numerose altre fonti. Ma tanto più apprezziamo questo discorso, in quanto gli appelli lanciati dalle donne siamo abituate a vederli sempre inascoltati.

martedì 5 agosto 2014

Basta bombe! Donne in azione contro la guerra

Ero ancora adolescente quando per la prima volta mi sono interessata alle questioni di pace e di conflitto. E quando dico interessata intendo che ho iniziato a divorare libri e giornali, cercando di capire il mondo.
Una delle cose che mi ha scioccato di più è stato l'utilizzo senza fine della violenza armata come strumento per risolvere i problemi. Massacrarsi a vicenda senza posa non sembrava essere un metodo utile a risolvere nulla. Il continuo sviluppo di nuove armi e mezzi sempre più efficienti per uccidersi l'un l'altro non sembrava un buon modo di utilizzare il denaro. Sembrava che la violenza fosse la nostra principale forma di comunicazione e che ogni strada alternativa per coinvolgere l'altro fosse considerata solo utopia.
Dopo aver studiato questi temi all'università, ho iniziato a lavorare per la WILPF (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà). Volevo lavorare per un'organizzazione dedicata alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, per la giustizia economica e sociale e, naturalmente, il disarmo. Pensavo che le armi - il loro sviluppo e commercio, possesso e utilizzo - fossero il cuore di molti dei nostri problemi umani collettivi. E, dopo 9 anni con il programma di disarmo di WILPF Reaching Critical Will, ne sono convinta più che mai (come la maggior parte delle donne, da sempre, ndr).
Uno degli obiettivi cui lavoro per WILPF è mettere fine all'uso di armi esplosive nelle zone abitate. È una campagna abbastanza recente, fondata nel 2011 da gruppi della società civile interessati agli aspetti legali, economici, umanitari e sanitari del bombardamento nelle città. Ci siamo uniti alla INEW (Rete internazionale sulle armi esplosive) per incoraggiare i governi a stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone popolate al fine di prevenire l'umana sofferenza.
Questo impegno va davvero al cuore di ciò per cui la WILPF lavora fin dal 1915. Furono donne che protestavano contro le uccisioni e la distruzione della prima guerra mondiale che posero le basi su cui si fondano la nostra organizzazione e, da allora, tutti i suoi sforzi contro il militarismo.
Negli ultimi 100 anni, guerre e conflitti armati hanno visto l'uso di mortai, razzi, proiettili di artiglieria e bombe aeree in zone abitate.
Durante la seconda guerra mondiale, il bombardamento delle città era ormai dilagarntee. In Vietnam gli Stati Uniti hanno condotto la più grande campagna di bombardamento aereo nella storia militare.
Non è solo un problema storico. Nella striscia di Gaza, nel corso delle ultime settimane, sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi e feriti oltre 6200 (numero in continua crescita, ndr). Secondo Save the Children un quarto di questi morti sono bambini. La maggior parte causati da attacchi aerei di Israele, che ora ha anche bombardato l'unica centrale elettrica di Gaza (non che anche Hamas non tenti di colpire le città, ma la sua forza di fuoco è infinitamente minore, ndr). In Siria, il tributo di morte è di oltre 170.000, circa un terzo dei quali sono civili. Ancora una volta, molti di questi morti sono causati dal bombardamento delle città. Molte aree urbane siriane sono ormai in rovina, la storia e la cultura distrutte insieme a vita, mezzi di sussistenza e comunità.
In tutti i casi, il tipo di danno è prevedibile. Le armi esplosive utilizzano deflagrazioni e schegge per colpire persone e danneggiare oggetti, edifici e infrastrutture. Quando queste armi sono utilizzate nelle zone abitate uccidono e feriscono i civili, punto e basta.
Mentre ci avviciniamo al centenario della WILPF, è difficile riconoscere che, in questi cento anni, forse l'unica cosa che è cambiata è che ora è solo più facile uccidere e mutilare decine e decine di persone a causa dei progressi delle tecnologie, sia della violenza sia della crescente urbanizzazione. Ma allo stesso tempo, ci sono stati progressi nel diritto internazionale umanitario e delle leggi per i diritti umani. Forse queste leggi (come scrive qui Jeremy Bowen, ndr), sono solo il modo migliore che abbiamo per misurare il grado di orrore che gli esseri umani si infliggono a vicenda. Tuttavia, esse dovrebbero offrirci una tabella di marcia non solo per misurare questo orrore, ma per porgli fine.
Come attiviste per la pace e la libertà, vedo come nostro compito promuovere, implementare e sviluppare ulteriormente ulteriormente questa tabella di marcia. Non possiamo accettare che il diritto umanitario si limiti a rendere le guerre "meno pericolose" per i civili. Dobbiamo usarlo per porre fine alle guerre e impedirne di nuove. Dove ci sono lacune nell'attuazione della legge, come sull'uso delle armi esplosive nelle zone abitate, dobbiamo capire come colmarle al meglio. Dove non non c'è nessuna legge, dobbiamo crearle, e far sì che vengano applicate (in tema di leggi qui un sito utile: Arms Treaty Daily, ndr).
Questo non è un lavoro solo per i governi. Questo è un lavoro per tutti. I governi hanno linee guida e e leggi per istruire le loro azioni, ma quando si impegnano in manipolazioni politiche, aggressioni militari ed economiche, e nel potere negoziale, spetta a noi intervenire. Lo sforzo di INEW per stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone abitate vuole prevenire la sofferenza umanitaria dovuta a una delle cause più comuni di morte e distruzione nei conflitti armati. Si tratta di cambiare radicalmente il modo in cui vengono intraprese guerre e conflitti armati.
Per me, lavorare su questo tema significa tornare alla radice dei motivi per cui avevo inizialmente aderito all'WILPF. E, a 100 anni dalla sua nascita, penso essenziale per la nostra causa, e parte integrante dell'obiettivo della nostra organizzazione, promuovere il potere delle donne per fermare la guerra.
Ray Acheson (Direttrice di Reaching critical Will; qui per Women stop war)

lunedì 4 agosto 2014

Riforme costituzionali e democrazia paritaria: passa un emendamento cruciale

Quasi inosservato dalla stampa, e poco richiamato perfino dai siti femminili, è stato approvato un emendamento che rafforza quel principio di parità nella rappresentanza tra donne e uomini, già espresso negli artt. 3 e 51 della Costituzione. L'emendamento (prima firmataria Valeria Fedeli, parlamentare Pd e vicepresidente del Senato) sancisce che le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.
Ed essendo ad oggi quei 2 articoli alquanto disattesi, non è un risultato da poco, per la democrazia. Che, se non è paritaria, non è democrazia
Sia con il voto alla Camera sulla legge elettorale che ora con l'esame al Senato della Riforma Costituzionale, "democrazia" è la parola che maggiormente ricorre. Termine che ognuno, a ragione, interpreta come vuole. Democrazia è - fra le altre cose: non avere soglie di sbarramento; avere le preferenze;  avere un Senato eletto dai cittadini; avere la possibilità di presentarsi in più collegi o circoscrizioni elettorali; è, addirittura, avere una doppia lettura solo per le leggi di natura etica. La normale dialettica tra maggioranza e opposizione offre versioni fantasiose e spesso di comodo, della cosiddetta democrazia. Ne fa un vessillo da usare anche come clava nella lotta tra i partiti e all'interno dei partiti stessi. Soprattutto in queste giornate di voto sulla riforma costituzionale. Ormai sappiamo tutto su emendamenti e canguro! Ci è toccato pure vedere sventolare cartelli, da membri della commissione cultura, con su scritto "qual'è" (sic!).
Non entro qui nel merito della riforma come della legge elettorale, su cui ciascuna ha proprie opinioni. Una stravaganza va però sottolineata: l'emendamento di cui sopra è stato approvato nell'indifferenza (o distrazione?) dei media e dei tanti campioni della "democrazia è…". Eppure sancisce qualcosa (specie per la storia italiana), di niente affatto secondario: le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza
In realtà il suo testo originario era anche più netto: affermava infatti che le modalità di composizione del Parlamento promuovono la parità nella rappresentanza dei generi. Troppo, per i relatori, che hanno chiesto una modifica. 
La mediazione trovata è stata approvata a larghissima maggioranza. E personalmente ritengo sia una mediazione accettabile. Mentre i paladini della politica monosex al maschile si dovrebbero forse preoccupare.
Già, per loro c'è poco da scherzare: perché se il termine paritario evoca subito il temuto 50e50, difficile comunque che la "bilancia" della rappresentanza parlamentare si possa ritenere in equilibrio con un 60e40 o, peggio, con un 70e30. Se l'equilibrio non è un'opinione…
In sostanza, cosa comporterà, dunque,  questo emendamento sulla riforma del Senato e  sulla legge elettorale il cui iter è per ora fermo al Senato?
Intanto si parla di Parlamento: quindi anche il nuovo Senato, magari non elettivo ma formato da rappresentanti di Regione e Comuni, non potrà essere monosex. Eventualità finora nient'affatto remota: vista la dose pediatrica di donne oggi presenti nelle assemblee di Regioni e Comuni. E ora, proprio grazie a questo emendamento, anche le Regioni che hanno bocciato la doppia preferenza di genere (ad esempio Puglia, Calabria, Sardegna, Abruzzo e ultima la Liguria), si ritrovano con leggi elettorali incostituzionali - e come minimo dovranno rivedere le norme, per evitare che nel nuovo Senato finiscano proprio e solo le poche elette. Per non parlare dei nuovi ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato che, se già hanno fatto bocciare giunte comunali e regionali ostaggi delle "quote celesti", col solo art. 51 della Costituzione e poi con le nuove leggi elettorali dei Comuni, potranno ora puntare anche su questa norma.
Anche l'Italicum, nella formulazione votata e licenziata dalla Camera, ora non sta più in piedi. Mica basta candidare il 50% delle donne, per poi lasciarle a casa grazie alle liste bloccate. Dove magari i capilista sono tutti uomini o si alternano nei collegi 2 uomini e una donna, con la certezza che non sarà eletta. Grazie a questo emendamento, in Parlamento ci dovrà appunto essere equilibrio tra  le elette e gli eletti, mica solo tra candidate e candidati.
Una modifica Costituzionale per me non di poco conto (benché di per sé confermi la Costituzione). Forse perché, nella mia idea di democrazia, le donne  ci devono essere. In tutti i luoghi in cui si decide, per tutti e anche per noi.
Cinzia Romano

domenica 3 agosto 2014

Una donna israeliana scrive al suo vicino palestinese

Palestina e Israele non sono solo odio - né dall'unadall'altra parte..
Caro vicino palestinese, 
desidero dire quanto mi dispiace, profondamente, che tu stia sperimentando in ogni forma sofferenza, angoscia e disagio portati su di te dall'attuale attacco israeliano. 
Non è pazzesco che ci stiamo bombardando reciprocamente senza nemmeno conoscerci l'un l'altro? Non ti ho nemmeno mai incontrato. Ho sentito dire un sacco di cose su di te, fin da quando ero piccola, cose non tanto belle, come - ne sono sicura - quelle che tu avrai sentito dire di me. Ma io non ci ho mai creduto davvero. Sono sicura tu sia un essere naturalmente perfetto, come tutti gli esseri lo sono. So che non è stato facile vivere per anni nelle condizioni in cui tu hai vissuto, e questo ti ha forse anche convinto che io sia un essere orribile. Posso capirlo, ma comunque non ci credo. Non credo a nulla di tutto questo. So che è una mia scelta di seguire questi sistemi di credenze, e gli assiomi che portano solo all'odio e alla distruzione, oppure di non seguirli affatto, per focalizzarmi su ciò che so essere la perfezione naturale in tutti.
Questa perfezione naturale include e contiene tutti ed ogni cosa - io e te, israeliani e palestinesi e tutti gli estremi e le polarità di giusto e sbagliato, buono e cattivo.
Noi non abbiamo bisogno di cedere il nostro potere ai nostri governi e organizzazioni. In ogni caso loro non sanno affatto cosa fare [i link sono nostri, ndr]. Noi possiamo reclamare il nostro potere e farci sentire, a beneficio di tutti. Il mio cuore è con voi e con tutti gli esseri coinvolti in questo conflitto e in tutti gli altri conflitti in tutto il mondo. Tanto amore a tutti noi.
Pace. 
Il messaggio originale:
Dear Palestinian neighbor,
I want to say that I am deeply sorry if you are experiencing now any form of pain, sorrow or disturbance brought upon you by the current Israeli military operation. Isn't it crazy that we are bombing each other without even knowing each other? I have never even met you. I heard a lot of things about you, since I was little, not very good things, as I'm sure you have heard about me. But I never really believed it. I'm sure you are a naturally perfect being like all beings. I know that living for years under the conditions in which you have lived, has not been easy, and maybe it has even led you to believe that I am a horrible being. I can understand it, however I don't believe it. I don't believe any of this. I know that it is my choice to follow these believe systems and assumptions which only lead to hatred and destruction, or not to follow them and stay put in what I know to be the natural perfection of all. This natural perfection includes and contains everyone and everything, you and me, Israelis and Palestinians, and all extremes and polarities of right and wrong, good and bad.
We don't need to give our power to our governments and organizations. They don't know what to do anyway. We can reclaim our power and speak up for the benefit of all.
My heart is with you and with all beings involved in this conflict and all other conflicts around the globe.
Much love to us all.
Peace.
Naama, Israel 






A #Gaza, a #Israele e al mondo intero: servono nuovi leader con nuove idee

Non solo Gaza e Israele, ma il mondo intero ha urgente bisogno di nuovi leader, con nuove idee. Gaza e Israele sono  l'esempio migliore dell'alleanza strettissima che cementa fra loro certi nemici:  e bisogna dire basta alle alleanze del potere nel nome della guerra

Alle voci di pace la bocca viene tappata. Ma qualcuno che, invece che alla guerra, lavora per un'alleanza fra i popoli, nel nome della Pace, esiste. Fra mille ostacoli, pian piano si sta facendo sentire - ma che fatica. Chi sono? Fly for Peace, per esempio; o il network Jewish Voice for Peace. Con la sua Young Jewish Declaration… il manifesto di pace dei suoi ragazzi. O la rete European jews for a just peaceper esempio.  Nacquero nel 2011


Mentre in Israele i giovani mettevano in dubbio le vere ragioni delle scelte di guerra:


intanto, a Gaza, sorgeva contemporaneamente il GYBO: l'organizzazione spontanea Gaza Youth Arising

Questo video è un eccezionale documento su una novità politica di estrema importanza, che  sbocciò a Gaza nel 2011 - nell'anno di #Occupy, che come il maggio del 68 si propagò con immensa forza in tutto il mondo. 
Non erano dunque solo i giovani israeliani e gazaki, a sollevarsi contro la politica della guerra, e le politiche della paura che giustificano la guerra, eternamente la guerra, spostando l'attenzione dalle necessità vere dell'umanità. Era il vento di #occupy, che ovunque produsse primavere, che - però - ovunque produssero mostri. La colpa però non è solo dei mostri, ma di chi i mostri li liscia e li accarezza, e li nutre, come cani da guardia - anche se a rischio di restare azzannati. La solita, vecchia storia, vecchia come il mondo - perché chi governa il mondo il suo scettro non lo vuole mollare. E la retorica del patriottismo.. la politica della paura - you know.. it works the same way in any country
A Gaza, i giovani di Gybo furono repressi da Hamas durissimamente. Essere critici verso il potere espone ad accuse di antipatriottismo - non è una nuova invenzione, anche Gõring e Göbbels avevano già una lunga storia cui attingere.
E in Palestina l'antipatriottismo è praticamente sinonimo di sionismo… addirittura! Non sia mai. E non succede lo stesso in Israele? Anche se formalmente il linguaggio è un altro, la sostanza è esattamente la stessa. E la comunità internazionale si sbraccia, ma cosa fa per sostenere i venti di pace?
Nulla, in realtà, tutti parlano di pace, ma chi si ribella alle politiche della guerra, che avvince in ferrei abbracci i governanti, è schiacciato senza pietà - e di questo tutti sono complici. Di queste notizie non si parla nemmeno, non si sa nulla, come mai? semplicemente non vengono diffuse. E allora anche questi eventi, semplicemente, finiscono per non essere esistitiSono loro, che dobbiamo sostenere. E' alla politica della paura che bisogna dire basta. Pochi giorni fa un ex-ministro dell'Autorità Palestinese, che ha passato 12 anni in carcere in Israele, Ashraf Al-Ajrami, e un ex-militare israeliano, Benjamin Rutland, hanno lanciato un appello comune, criticando duramente sia l'operato di Hamas sia del governo israeliano. Utopisti? forse, ma sono queste voci che bisogna sostenere.


E' a loro, che bisogna guardare - invece di gridare accanitamente a chi sia "più colpevole", se israeliani o palestinesi: perché le popolazioni son in entrambi i casi vittime, non "colpevoli". Sono nuovi governanti, con nuove idee, quello di cui abbiamo bisogno. Servono dieci, cento, mille Pepe Mujica.
Oggi, su L'Internazionale, Francesca Spinelli ci parla dell’Union juive française pour la paix, creata nel 2002 oggi riunisce 11 organizzazioni su 10 paesi europei: per l'Italia partecipa la Rete-Eco (Ebrei contro l’occupazione). Dalla sua intervista riportiamo solo alcune domande, botta e risposta: 
• Domenica scorsa avete partecipato alla manifestazione di solidarietà alla Palestina che si è svolta a Bruxelles. Molti mezzi d’informazione hanno messo in primo piano i disordini. Quel è stata la sua impressione?
Ero nel servizio d’ordine dell’Upjb e ho visto che c’erano dei provocatori: 10-20 persone davvero decise a fare casino e qualche decina di adolescenti che gli andavano appresso. Erano comunque pochi rispetto all’insieme dei manifestanti. È un peccato che i mezzi d’informazione si siano soffermati su questo aspetto. Non tutti, però: la principale emittente pubblica, la Rtbf, si è mostrata più equilibrata.
• Avete molti contatti con i movimenti progressisti in Israele? Sì, con organizzazioni come Breaking the silence, B’Teselem, Women in black e altre ancora. Cerchiamo di aumentare la loro visibilità invitando i loro rappresentanti in Belgio. A settembre, per esempio, parteciperemo a una settimana di eventi organizzata dalla piattaforma Watermael-Boitsfort Palestine. I progressisti in Israele subiscono pressioni terribili in un clima di isteria collettiva, frutto di una politica di estrema destra che dura da dieci anni. Le persone ormai hanno interiorizzato i Leitmotiv del governo.
• Sul piano politico che soluzione auspicate al conflitto israelo-palestinese? In un articolo del 2006 un altro membro dell’Upjb, Michel Staszewski, si diceva a favore della soluzione di uno stato unico ricollegandola al movimento Brit Shalom, che negli anni venti e trenta del novecento difendeva il principio dell’uguaglianza completa tra arabi ed ebrei in Palestina. Anche su questo punto siamo divisi tra chi appoggia la soluzione a due stati e chi la soluzione dello stato binazionale. La politica di colonizzazione d’Israele oggi rende sempre più improbabile la soluzione a due stati, a meno di chiedere lo smantellamento totale delle colonie, cosa che Israele difficilmente accetterebbe. In ogni caso non sta a noi decidere il quadro delle negoziazioni, il nostro obiettivo è far rispettare il diritto internazionale e ricordare che Israele non parla a nome di tutti gli ebrei. Inoltre rifiutiamo di presentare questo conflitto come una guerra di civiltà. Per noi è un conflitto classico, territoriale. È evidente che Israele non è interessato alla sicurezza, è solo un pretesto, e infatti il governo ha rifiutato la tregua di dieci anni proposta da Hamas. Non è un caso se l’attacco è cominciato quando si annunciava un principio di riconciliazione tra Hamas e Al Fatah. Un governo di unità nazionale è proprio quello che Israele non vuole, come non vuole che la Cisgiordania si militarizzi e che i palestinesi facciano ricorso alla Corte penale internazionale.
• L’8 luglio European jews for a just peace ha inviato una lettera a Catherine Ashton, affermando, tra le altre cose: “Non ci si può aspettare che tutti i palestinesi si comportino sempre come Gandhi o Martin Luther King di fronte alle continue provocazioni” [di Israele]. A 12 anni dalla nascita di questa rete europea, qual è il bilancio della vostra azione? Abbiamo creato la coalizione per mostrare che gli ebrei progressisti in Europa non sono isolati. Non è stato semplice, perché i movimenti nei vari paesi non hanno esattamente le stesse posizioni. Siamo d’accordo sugli obiettivi, è sul metodo che discutiamo. Ma la cosa evolve in modo positivo, come dimostra la lettera a Catherine Ashton. Ora vorremmo portare la nostra azione a un livello superiore, magari aprendo un ufficio qui a Bruxelles.

sabato 2 agosto 2014

Un 2 agosto come un altro, distrattamente

Alle 10,25 di 34 anni fa il tempo si fermò, alla Stazione di Bologna - fino a pochi minuti prima brulicante di partenze per le vacanze, di gioia e di progetti. Poi, solo sangue e sgomento. La vita si fermò per sempre per 85 persone. E fu distrutta per chi le amava, e per i 200 che restarono feriti.
Eppure, oggi. Quanti ragazzi non sanno nemmeno cosa accadde quel giorno? Tanti, troppi, anche se tutto quello che accadde allora dura anche oggi, ha conseguenze per sempre - anche, e soprattutto, su di loro.


Nella stessa data di ottant'anni fa, il 2 agosto 1934, Hitler diventa trionfalmente Führer della Germania.




Un altro 2 di agosto, nel 1990, un trafiletto sui giornali ci informò che l'Iraq aveva invaso il Kuwait, e da questo si giunse alla prima guerra del Golfo - da lì quanti fatti sono discesi, che hanno cambiato il mondo?
Oggi è un 2 agosto come un altro. Ma ogni data è - sarebbe - una miniera di insegnamenti. Se solo studiassimo la Storia. Se solo fossimo meno distratti.

E - per restare nelle piccole cose di casa nostra - se mantenessimo viva una vera memoria delle cose, quanti fatti, vedremmo con nuove sfumature? quanti termini, assumerebbero anche "nuovi" significati?
Se solo fossimo meno distratti. Se solo avessimo più attenzione.

venerdì 1 agosto 2014

1 agosto 2014: entra in vigore la Convenzione di Istanbul. Lettera morta senza un Ministero per le Pari Opportunità

Buongiorno! oggi, 1 agosto, entra finalmente in vigore la Convenzione di Istanbul. Un grande giorno, per le donne - e per ogni paese che si voglia dichiarare civile. Ma, c'è un ma. Gli strumenti per attuarne i propositi non esistono. A partire dal Ministero per le Pari Opportunità - gli strumenti concreti che soli possono fare la differenza. 
Abbiamo un dipartimento… qualcosa che è pari più o meno a un quasi-niente, con tutto quello che ne segue - e che non ne consegue. Aspettare stanca. Lamentarsi stanca. Ripetersi anche. Una, due, tre, trecento volte.

Il Parlamento glissa. Ha sempre "cose più importanti" di cui occuparsi (litigare, in infinite risse inutili). Oggi (nel disinteresse generale, mentre i parlamentari lasciavano rumorosamente l'aula essendo "tardi") Pia Locatelli ha ricordato che proprio l'Italia è stato il primo Paese europeo a ratificare la Convenzione. Peccato però, ha aggiunto, che i provvedimenti presi in Italia (peraltro criticabili - aggiungiamo noi, a partire dal Decreto cosiddetto "antifemminicidio", per le ragioni qui ben documentate, ndr) non siano ancora accompagnati dagli strumenti indispensabili per renderli efficaci: i fondi (comunque insufficienti) non sono ancora disponibili e il piano antiviolenza entrerà in vigore (forse), solo dal prossimo autunno. 
E apprezziamo abbia concluso sollecitando, ancora una volta, il Presidente del Consiglio a ripristinare il Ministero delle pari opportunità o, almeno, a nominare una figura all'interno della Presidenza del Consiglio che ne assuma le deleghe.

Necessità continuamente, inutilmente denunciata dalle donne fuori e dentro al Parlamento, e appena richiamata, per inciso, anche con questa petizione lanciata da un'altra parlamentare, Giulia Di Vita.